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	<title>Antonio Moro Lifestream &#187; Curiosità</title>
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		<title>Lo Sapevate Che… Digest 2</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 08:30:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo Sapevate Che&#8230; è il nostro Gruppo dedicato agli appassionati di curiosità di ogni tipo, da quelle lette sulla settimana enigmistica a quelle trovate sfogliando a caso Wikipedia. &#160; Curiosità bestiali In uno studio effettuato su circa 200.000 struzzi, durato più di 80 anni, non si è mai visto uno struzzo mettere la testa nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="img_post"><img width="673" src="http://i49.tinypic.com/2090lef.png" /></div></p>
<p><a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum" >Lo Sapevate Che&#8230;</a> è il nostro Gruppo dedicato agli appassionati di curiosità di ogni tipo, da quelle lette sulla settimana enigmistica a quelle trovate sfogliando a caso Wikipedia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Curiosità bestiali</strong><br />
In uno studio effettuato su circa 200.000 struzzi, durato più di 80 anni, non si è mai visto uno struzzo mettere la testa nella sabbia.</p>
<p>Le stelle marine non hanno cervello. Tuttavia sono dotate della prodigiosa capacità di rigenerarsi completamente: da un solo braccio tagliato, l’animale riesce a ricostruire l’intero corpo</p>
<p>Una formica può sollevare 50 volte il suo peso, può trascinare 30 volte il suo peso e cade sempre alla sua destra se intossicata.</p>
<p>La visione del gatto nel buio è almeno sei volte superiore a quella dell’uomo.</p>
<p>I porci non possono fisicamente guardare il cielo</p>
<p>I ratti e i cavalli non possono vomitare</p>
<p>Gli orsi polari sono mancini.</p>
<p>Un coccodrillo non può tirare fuori la lingua</p>
<p>Un pesce gatto ha più di 27.000 papille gustative.</p>
<p>Una pulce può saltare una distanza pari a 350 volte la lunghezza del suo corpo. E’ come se un uomo potesse saltare da un capo all’altro di un campo di calcio.</p>
<p>Uno scarafaggio decapitato sopravvive nove giorni prima di morire.</p>
<p>Il maschio della mantide religiosa non può accoppiarsi finché la sua testa è attaccata al corpo. La femmina dà inizio all’accoppiamento decapitando il maschio.</p>
<p>Le farfalle sentono i sapori con i piedi.</p>
<p>L’occhio dello struzzo è più grande del suo cervello.</p>
<p>I panda si mettono a testa in giù per urinare sugli alberi, chi arriva più in alto con il suo getto si dimostra più virile</p>
<p>Il cuore di un gamberetto è nella testa</p>
<p>Il picchio, pur picchiando il becco come un martello pneumatico, non soffre il mal di testa, madre natura lo ha fornito di un osso spugnoso che attutisce i colpi</p>
<p>Una pecora può riconoscere cinquanta volti di altre pecore, più dieci volti di umani</p>
<p>La diffusa chiocciola di giardino ha una velocità di 50 metri orari, ma ve ne sono alcune specie che non superano i 60 cm orari</p>
<p>I ratti si moltiplicano così rapidamente che, in soli 18 mesi, una coppia può avere più di 1 milione di discendenti</p>
<p>L’orgasmo di un maiale dura 30 minuti e oltretutto eiaculano oltre mezzo litro di sperma per volta. @___@</p>
<p>Le leonesse in calore possono avere rapporti sessuali ogni mezz’ora, ininterrottamente, per cinque giorni e cinque notti di seguito.</p>
<p>Le scimpanzè possono fare sesso con otto partner diversi in quindici minuti. Alcuni pinguini, viceversa, lo fanno appena due volte l’anno. E certi tipi di lumache, una volta.</p>
<p>I delfini e possibilmente i cani sono le uniche specie animali, a parte l’uomo, che fanno sesso per piacere</p>
<p>Gli squali hanno due peni, così come i serpenti e le lucertole, le quali hanno la facoltà di alternare uno o l’altro, a seconda della maggiore riserva di sperma. A proposito: una balena dell’emisfero meridionale ha un pene lungo più di due metri.<br />
(@<a href="http://leganerd.com/members/mynameiskile/" >Mynameiskile</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa c’entra Tafazzi con la scienza?</strong><br />
Esiste una proteina umana, isolata nel 1996 che, a causa dell’intenso ed estenuante lavoro di ricerca dei suoi scopritori, e` stata ironicamente chiamata “tafazzina”.<br />
(@<a href="http://leganerd.com/members/Botty/" >Botty</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La città di Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch </strong><br />
Sinceramente, non sapevo proprio come intitolarla questa nuova discussione.<br />
Allora ho deciso di andare direttamente al sodo, da buon nerd.</p>
<p>Ero su Google e preso dalla noia, mi sono messo a scrivere sulla barra lettere a caso della tastiera, e sono rimasto sbalordito dalle conseguenze.<br />
Cliccando su invia mi sono uscite 50.000 per la seguente parola: Llguoòhyjkòchwyrndntysilihch.<br />
Bhe, non crederete ai vostri occhi ma esiste una città che si chiama più o meno come il mio momento di follia: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch" >Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch</a></p>
<p>Si trova precisamente nel nord del Galles, e non credo che qualcuno di voi la conoscesse.</p>
<p>Allora preso dal sopravvento ho cliccato sulle voci correlate e… Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu è il nome di una collina della Nuova Zelanda, ma la cosa buffa è il cartello per segnalare la collina.<br />
Lascio a voi solo <a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/56/Taumata_sign_2006.jpg" rel="lightbox[12998]" >l’immagine</a>, io devo ancora finire di ridere con le 92 lettere della collina. (@<a href="http://leganerd.com/members/madness/" >Madness</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perchè le torri dei castelli medievali hanno le scale che salgono in senso orario?</strong><br />
La maggioranza delle persone impugna la spada con la destra, per questo motivo nel medioevo le scale delle torri dei castelli venivano costruite in maniera tale che gli assalitori, durante la salita, si trovassero con la mano destra (e la spada che impugnavano) limitata dal pilone centrale. Chi invece doveva difendere il castello godeva di maggiore libertà di movimento e partiva con un discreto vantaggio. Questo è anche il motivo per cui nel medioevo i mancini erano molto desiderati durante gli assalti e anche meglio pagati. (@<a href="http://leganerd.com/members/ghiaccio/" >ghiaccio</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perchè si ”incrociano le dita”</strong><br />
Nel Medioevo si credeva che il male (Malocchio, demoni et affini) potesse penetrare nel corpo, in particolare attraverso le dita.<br />
L’ “incrociamo le dita” è stato ricondotto a questa credenza; ipotizzando che si potesse impedire l’accesso alle persone da parte del maligno semplicemente accavallando le dita delle mani. (@<a href="http://leganerd.com/members/dexter/" >Dexter</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qual’è la morte per la caduta in un buco nero?</strong><br />
Alcuni scienziati sostengono che cadendo in un buco nero si vada incontro a morte per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spaghettificazione" >spaghettificazione</a>. (@<a href="http://leganerd.com/members/deadpool/" >deadpool</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perchè si dice ”Acqua in bocca”?</strong><br />
Ovviamente è un invito a mantenere un segreto. Nascre grazie ad una donna che chiese aiuto al suo confessore, perché non riusciva ad evitare di parlar male di tutti. Il sacerdote le diede una boccetta di acqua benedetta, dicendole di portarla sempre con sé e di metterne in bocca alcune gocce quando aveva la tentazione di sparlare di qualcuno e di deglutirle solo quando questa fosse passata. (@<a href="http://leganerd.com/members/robyone/" >Robyone</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perche si dice che il numero 17 porti sfortuna?</strong><br />
Il numero 17 in numeri romani si scrive esattamente XVII anagrammando i numeri possiamo risalire a questa parola : VIXI = che in latino significa &#8220;ho vissuto&#8221; (al passato) perciò ora sono morto.<br />
Ecco perché il numero 17 porta sfortuna.<br />
(@<a href="http://leganerd.com/members/dulcamara/" >dulcamara</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum" >Scrivete</a> le vostre curiosità preferite nel forum e verranno pubblicate sul blog in un Digest come questo. <a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum" rel="nofollow">http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum</a></p>
<p>Previously on LSP:<br />
- <a href="http://leganerd.com/2010/05/03/lo-sapevate-che-digest-1/" >Lo Sapevate Che&#8230; Digest 1</a></p>
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		<title>Lo Sapevate Che… Digest 1</title>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2010 20:15:33 +0000</pubDate>
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Lo Sapevate Che.. è il nostro Gruppo dedicato agli appassionati di curiosità di ogni tipo, da quelle lette sulla settimana enigmistica a quelle trovate sfogliando a caso Wikipedia.
Chi rappresentano i Re nelle carte da gioco?
Ciascun Re delle carte da gioco rappresenta un grande Re della storia:
- Picche: Davide
- Cuori: Carlo Magno
- Fiori: Alessandro il Grande
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<p><a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum"  rel="nofollow">Lo Sapevate Che..</a> è il nostro Gruppo dedicato agli appassionati di curiosità di ogni tipo, da quelle lette sulla settimana enigmistica a quelle trovate sfogliando a caso Wikipedia.</p>
<p><strong>Chi rappresentano i Re nelle carte da gioco?</strong><br />
Ciascun Re delle carte da gioco rappresenta un grande Re della storia:<br />
- Picche: Davide<br />
- Cuori: Carlo Magno<br />
- Fiori: Alessandro il Grande<br />
- Denari: Giulio Cesare</p>
<p><strong>Qual è il significato della posizione delle zampe del cavallo in una statua equestre?</strong><br />
La posizione delle zampe del cavallo nelle statue equestri ha sempre un significato ben preciso e serve ad indicare la morte del personaggio ivi raffigurato:<br />
- se il cavallo poggia a terra tutte e quattro le zampe, il suo cavaliere è morto di morte naturale;<br />
- se il cavallo ha una zampa alzata, il suo cavaliere è deceduto in seguito alle ferite riportate in battaglia;<br />
- se, infine, il cavallo è impennato su due zampe, chi lo cavalcava è stato ucciso in battaglia.</p>
<p><strong>Perché per indicare una persona importante si dice che è ”un pezzo da novanta”?</strong><br />
Nel teatro dei pupi le marionette avevano solitamente un’altezza di circa 70 centimetri. Per enfatizzare l’importanza dei personaggi principali (i.e. Orlando e il Feroce Saladino), però, questi ultimi venivano realizzati in dimensioni maggiori, nello specifico di circa 90 centimetri da cui, appunto, l’espressione “pezzo da novanta”.</p>
<p><strong>Perché si dice ”Chi ha fatto trenta può far trentuno”? </strong><br />
Durante il concilio del 1517, l’attuale Papa Leone X Papa Leone X nominò (come era d’uso) trenta nuovi cardinali. Poco dopo si rese però conto di avere tralasciato un’importante personaggio dalla nomina e aggiunse anch’egli nella lista dei nuovi ordinati.<br />
La storia dice che a chi gli chiese il perchè di questa nomina aggiuntiva rispose “Chi ha fatto trenta può far trentuno”.</p>
<p><strong>Perché si dice che vestirsi di viola all’interno di un teatro porti male?</strong><br />
Il viola è il colore della quaresima, periodo in cui durante tutto il medioevo erano vietati gli spettacoli teatrali. Per gli attori e tutti coloro che gravitavano attorno al mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, la quaresima era dunque un periodo difficile in cui non era loro concesso lavorare (e guadagnarsi da vivere).</p>
<p><strong>Perché, prima di uno spettacolo, gli attori scaramanticamente usano urlare “merda” come augurio di buona riuscita?</strong><br />
L’origine del detto si perde nella notte dei tempi, quando ancora il mezzo di trasporto principale era il cavallo e non l’automobile. La presenza della cacca di cavallo davanti all’ingresso era sinonimo di grande affluenza di pubblico Da qui l’abitudine di evocare “tanta merda” per assicurarsi un buon guadagno per la compagnia.</p>
<p><strong>Come è nato il simbolo dell’euro?</strong><br />
Il glifo deriva dal termine greco “glufe” (intaglio) e indica un incavo tondo o angolare come ornamento architettonico. Il simbolo grafico dell’euro. detto gufo, si ispira alla quinta lettera dell’alfabeto greco, la epsilon (E), e alla “E” di Europa. La scelta del simbolo fu fatta nel 1995 dalla Commissione europea. Nelle intenzioni dei suoi ideatori, due tratti orizzontali che tagliano la epsilon rappresentano stabilità della moneta il suo colore, invece, richiama il giallo dell’oro e ne simboleggia il valore.</p>
<p><strong>Perché si dice ”FUCK”</strong><br />
<del>Nell’antica Inghilterra la gente non poteva fare sesso senza il consenso del Re. Quando le persone volevano avere un figlio dovevano chiedere il permesso alla monarchia. Veniva quindi loro fornita una placca da appendere alla porta durante le loro relazioni sessuali. La placca diceva … “Fornication Under Consent of the King” (F.U.C.K.). Questa è l’origine della parola.</del><br />
Purtroppo questa curiosità una leggenda metropolitana: <a href="http://www.snopes.com/language/acronyms/fuck.asp" rel="nofollow">http://www.snopes.com/language/acronyms/fuck.asp</a></p>
<p><strong>Da dove deriva l’espressione ”Avere il Pallino”?</strong><br />
Deriva dal gioco delle bocce! Siccome arrivare il più possibile vicino al pallino con le boce è lo scopo del gioco, questa espressione si usa quando si ha un’idea fissa, quando ogni nostro pensiero tende sempre verso una determinata cosa.</p>
<p><strong><a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum"  rel="nofollow">Scrivete</a> le vostre curiosità preferite nel forum e verranno pubblicate sul blog ogni settimana in un Digest come questo. <a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum" rel="nofollow">http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum</a></strong></p>
<p>Grazie a <a href="http://leganerd.com/members/Pau/"  rel="nofollow">Pau</a>, <a href="http://leganerd.com/members/mynameiskile/"  rel="nofollow">Mynameiskile</a>, <a href="http://leganerd.com/members/adestebass/"  rel="nofollow">Steve-Gon</a></p>
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		<title>Nato il Gruppo “Lo Sapevate Che…”</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 21:56:33 +0000</pubDate>
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Il gruppo degli appassionati di curiosità di ogni tipo, da quelle lette sulla settimana enigmistica a quelle trovate sfogliando a caso Wikipedia.
Postate le vostre curiosità preferite nel forum e verranno pubblicate sul blog ogni settimana!
Inviateci i vostri &#8220;Lo sapevate che&#8221; sul forum del gruppo, qua le istruzioni:
http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum/topic/come-postare-un-lo-sapevate-che
Ecco una prima curiosità di esempio, &#8220;Da dove è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="img_post"><img width="673" src="http://i42.tinypic.com/ofc1u1.jpg" /></div></p>
<p>Il gruppo degli appassionati di curiosità di ogni tipo, da quelle lette sulla settimana enigmistica a quelle trovate sfogliando a caso Wikipedia.</p>
<p>Postate le vostre curiosità preferite nel forum e verranno pubblicate sul blog ogni settimana!</p>
<p>Inviateci i vostri &#8220;Lo sapevate che&#8221; sul forum del gruppo, qua le istruzioni:</p>
<p><a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum/topic/come-postare-un-lo-sapevate-che" rel="nofollow">http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum/topic/come-postare-un-lo-sapevate-che</a></p>
<p>Ecco una prima curiosità di esempio, &#8220;Da dove è nato il termine OK&#8221;:</p>
<p><a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum/topic/da-dove-e-nato-il-termine-ok" rel="nofollow">http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum/topic/da-dove-e-nato-il-termine-ok</a></p>
<p>Ed ecco il forum su cui cominciare a raccontarci le peggiori curiosità di ogni tipo:</p>
<p><a href="http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum" rel="nofollow">http://leganerd.com/groups/lo-sapevate-che/forum</a></p>
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		<title>Il marketing incontra lo sport: la storia di Adidas</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 17:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella storia dello sport Adidas ricopre un ruolo importante: ha aperto la strada a tanti grandissimi atleti in tutte le discipline, creando scarpe e abbigliamento dedicato sempre ad altissimo livello e supportando anche economicamente i più grandi talenti dello scorso secolo. Forse però pochi sanno come è nata questa azienda e soprattuto come ha fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Nella storia dello sport Adidas ricopre un ruolo importante: ha aperto la strada a tanti grandissimi atleti in tutte le discipline, creando scarpe e abbigliamento dedicato sempre ad altissimo livello e supportando anche economicamente i più grandi talenti dello scorso secolo. Forse però pochi sanno come è nata questa azienda e soprattuto come ha fatto nascere per prima il marketing sportivo moderno.</p>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:150px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/picture-11.thumbnail.jpg" width="150" height="123" alt="Logo Adidas, 1972" />
<div class="imagecaption">Logo Adidas, 1972</div>
</div>
<p>Tutto cominciò in una piccola cittadina vicinio a Norimberga, in Germania: Herzogenaurach. Li un certo Adolf Dassler nel 1920 iniziò a pensare a scarpe dedicate non solo allo sport (che già era una novità), ma a scarpe create appositamente per ogni sport esistente.</p>
<div class="imageframe imgalignright" style="width:137px;"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/picture-2.jpg" rel="lightbox[pics139]" title="Adolf Dassler"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/picture-2.thumbnail.jpg" width="137" height="150" alt="Adolf Dassler" /></a>
<div class="imagecaption">Adolf Dassler</div>
</div>
<p>Adolf pensava infatti, chi può dargli torto oggi, che ogni sport necessitasse di una scarpa veramente specifica ed iniziò a progettare nella sua piccola bottega un paio di scarpe dedicate all&#8217;atletica. Dassler era un atleta e partecipava o seguiva in prima persona gran parte dei grandi eventi europei di atletica dell&#8217;epoca: fu così che riuscì a mettere ai piedi degli atleti delle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 le sue prime scarpe provviste di tacchetti.</p>
<p>Le scarpe di Adolf grazie ai tacchetti (spikes) offrivano una presa migliore e prestazioni superiori suscitando grande scalpore alla loro prima apparizione.</p>
<p><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lina_Radke" >Lina Radke</a> fu la prima atleta a vincere una medaglia d&#8217;oro con scarpe create da Adolf Dassler. Vinse gli 800 metri femminili segnando un nuovo record mondiale: Adolf era con lei a bordo pista, seguiva lei come tutti gli altri &#8220;suoi&#8221; atleti durante quelle Olimpiadi.</p>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:300px;"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/picture-10.jpg" rel="lightbox[pics139]" title="Gebrüder Dassler Schuhfabrik"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/picture-10.thumbnail.jpg" width="300" height="211" alt="Gebrüder Dassler Schuhfabrik" /></a>
<div class="imagecaption">Gebrüder Dassler Schuhfabrik</div>
</div>
<p> Insieme al fratello Rudolf, gran venditore, Adolf mise su negozio di articoli sportivi con un retro bottega in cui progettava le sue particolari scarpe. Era il 1924 e la <em>Gebrüder Dassler Schuhfabrik</em> (La Fabbrica di Scarpe dei Fratelli Dassler) era nata.</p>
<p>Adolf continua ad innovare e comincia a produrre scarpe anche per altri sport: il suo sogno è creare una scarpa specifica per ogni atleta al mondo e nel 1931 crea le prime scarpe dedicate al tennis.</p>
<p>Continua imperterrito a seguire ogni atleta che può: è un lavoro infinito di ricerca reciproca, Adolf aiuta gli sportivi con strumenti migliori e loro aiutano Adolf con feedback e consigli su come migliorare le sue scarpe.</p>
<p>Nel 1936 durante le Olimpiadi di Berlino Jesse Owens calza scarpe Dassler: vince 4 medaglie d&#8217;oro e segna nuovi record mondiali in tutte le competizioni in cui partecipa. </p>
<p>E&#8217; il primo vero trionfo delle scarpe Dassler.</p>
<p>Già nel 1937 le scarpe Dassler vantano 30 diversi modelli pensati per 11 diversi sport, è nata la scarpa sportiva moderna, pensata e realizzata per ogni specifico sport.</p>
<p><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/picture-12.thumbnail.jpg" width="300" height="104" alt="picture-12.jpg" class="imageframe imgalignright" />Le cose però cominciano ad andare male tra i due fratelli Dassler: Adolf e Rudolf oramai litigano su tutto, su come portare avanti l&#8217;azienda, su quali scarpe realizzare, su quali atleti seguire.. persino su quali mogli sposare. E&#8217; la rottura.</p>
<p>Adolf decide di fondare una propria azienda e Rudolf fa altrettanto dall&#8217;altra parte del fiume. Adolf, <em>Adi</em> per gli amici, fonda nel 1948 la Adidas (da Adi-Dassler) e Rudolf fonda un&#8217;altra fabbrica di scarpe che chiama Puma.</p>
<p>Adolf si dedica completamente alla sua nuova creatura e si concentra in particolar modo alle scarpe da calcio. Nascono nel 1950 le mitiche Adidas Samba, pensate per l&#8217;allenamento quotidiano del calciatore, ancora oggi considerate un classico del genere.</p>
<p>Nel 1954 le scarpe Adidas sono ai piedi della nazionale Tedesca allo stadio di Berna per la finale del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/1954_FIFA_World_Cup#Final:_.22The_Miracle_of_Bern.22" >Campionato del Mondo</a>. C&#8217;é anche Adolf a Berna e a fine primo tempo scende negli spogliatoi e adatta le scarpe dei calciatori modificandone i tacchetti per meglio adattarle alle condizioni del terreno bagnato dalla pioggia: la Germania quell&#8217;anno vincerà il suo primo Campionato del Mondo contro l&#8217;Ungheria di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ferenc_Pusk%C3%A1s" >Puskás</a> e Adolf Dassler entra nella storia grazie alle sue &#8220;scarpe miracolose&#8221; con tacchetti intercambiabili.</p>
<p>La sponsorizzazione Adidas della nazionale tedesca di calcio nata nel 1954 ha un contratto valido fino al 2018, Adidas per prima inventa la sponsorizzazione sportiva: fa marketing grazie ai suoi atleti che al tempo stesso gli sono grati per l&#8217;equipaggiamento (prima) e il denaro (poi) che Adidas gli fornisce.</p>
<p>Viene usato un <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Retronym" >retronimo</a> per Adidas: All Day I Dream About Sports. </p>
<p>Alle Olimpiadi del 1960 di Roma tre quarti degli atleti olimpici calzano scarpe Adidas. Si comincia a produrre anche abbigliamento sportivo che diventa in breve status symbol; i grandi atleti indossano Adidas: Jesse Owens, Muhammad Ali, Max Schmeling, Sepp Herberger, Dick Fosbury e Franz Beckenbauer tra gli altri.</p>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:295px;"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/rundmcparis1.jpg" rel="lightbox[pics139]" title="i Run DMC"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/rundmcparis1.thumbnail.jpg" width="295" height="300" alt="i Run DMC" /></a>
<div class="imagecaption">i Run DMC</div>
</div>
<p>Le famose tre strisce laterali delle scarpe Adidas furono create per mantenere la suola più stabile, ma divennero presto uno dei simboli più riconoscibili del brand Adidas: riprese nell&#8217;abbigliamento e ovunque fosse possibile, diedero in fretta riconoscibilità al marchio e contribuirono al successo dell&#8217;azienda.</p>
<p>Quando Bob Marley o i <em>Run DMC</em> indossavano scarpe e tute Adidas facevano molto di più che vestire sportivo: sponsorizzati da Adidas, comunicavano un messaggio forte di stile ai loro fans e vestire Adidas divenne di moda anche al di fuori del campo sportivo.</p>
<p>L&#8217;idea che un marchio sportivo potesse sponsorizzare gli atleti ottenendo l&#8217;esclusiva della loro immagine e un palcoscenico costante di visibilità era già stata geniale, ma spostare questa idea anche alla musica o in generale al lifestyle moderno fu la mossa di marketing che consentì ad Adidas di entrare nella storia e divenire una delle più grandi aziende del mondo.</p>
<div class="imageframe imgalignright" style="width:150px;"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/adidas-superstar-flesh-imp-main1.jpg" rel="lightbox[pics139]" title="Adidas Superstar"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/adidas-superstar-flesh-imp-main1.thumbnail.jpg" width="150" height="102" alt="Adidas Superstar" /></a>
<div class="imagecaption">Adidas Superstar</div>
</div>
<p>Seconda solo a Nike, oggi Adidas è un gruppo in salute (ha da poco acquisito l&#8217;inglese Reebok) che può contare su una storia forte, su un heritage imbattibile.<br />
La voglia di vintage delle generazioni moderne non ha fatto altro che impreziosire i modelli storici Adidas, riproposti oggi nella loro versione originale per la gioia degli appassionati di tutto il mondo.</p>
<p>SuperStar, Campus, Samba: modelli che resistono nel catalogo Adidas da decenni e vengono riproposti in colori e fantasie sempre diverse. Non molte aziende di abbigliamento possono permettersi lo stesso: serve una storia, serve una forza di immagine che solo Adidas e pochi altri hanno.</p>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:320px;"><center>															<script type="text/javascript" src="http://blip.tv/scripts/pokkariPlayer.js?ver=2008010901"></script>					<script type="text/javascript" src="http://blip.tv/syndication/write_player?skin=js&#038;posts_id=1101069&%23038;source=3&%23038;autoplay=true&%23038;file_type=flv&%23038;player_width=&%23038;player_height="></script>
<div id="blip_movie_content_1101069">					<a rel="enclosure" href="http://blip.tv/file/get/Itomizer-AdidasOriginalsAdiDasslersWorkshop897.flv" onclick="play_blip_movie_1101069(); return false;"><img title="Click to play" alt="Video thumbnail. Click to play" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/07/picture-14.thumbnail.jpg" border="0" title="Click To Play" /></a>					<br />					<a rel="enclosure" href="http://blip.tv/file/get/Itomizer-AdidasOriginalsAdiDasslersWorkshop897.flv" onclick="play_blip_movie_1101069(); return false;">Click To Play</a>					</div>
<p>										</center>
<div class="imagecaption">Adidas Originals: Adi Dassler&#8217;s Workshop</div>
</div>
<p>Per raccontare la storia degli inizi dell&#8217;azienda Adidas ha creato la campagna <em>Adidad Originals 2008</em> che parte con una ricostruzione in stop motion del laboratorio di Adi Dassler che potete vedere qui a sinistra.<br />
Ottimo lavoro dall&#8217;agenzia creativa <a href="http://180amsterdam.com/" >180 Amsterdam</a>. Lo spot, girato a Praga, è stato diretto da Martin Krejci, e prodotto da <a href="http://www.stink.tv/stink.php" >Stink</a>, Londra. </p>
<p>Se la sfida dell&#8217;innovazione tecnologica iniziata da Adolf Dassler è forse oggi persa nei confronti di Nike, lo stile, la tradizione e la storia di Adidas, al di là del campo sportivo, non temono paragoni con nessun&#8217;altro marchio mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

<p><a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/GRyHfuHyHnkEbTJkb_9u395mU7c/0/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/GRyHfuHyHnkEbTJkb_9u395mU7c/0/di" border="0" ismap="true"></img></a><br/>
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		<title>La storia della Coca Cola</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 17:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E' il 1886, siamo all'apice dell'età dell'oro negli Stati Uniti. La guerra civile americana è appena finita e la grande nazione si prepara per l'era moderna che è ormai alle porte. E' in questo periodo che con una piccola inserzione pubblicitaria su un quotidiano di Atlanta nasce uno dei più famosi marchi al mondo: Coca Cola.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">È il 1886, siamo all&#8217;apice dell&#8217;età dell&#8217;oro negli Stati Uniti. La guerra civile americana è appena finita e la grande nazione si prepara per l&#8217;era moderna che è ormai alle porte.</p>
<p>Tutto è veloce e futuristico, un clima di gioia e speranza come mai si era visto prima. E&#8217; in questo periodo che con una piccola inserzione pubblicitaria su un quotidiano di Atlanta nasce uno dei più famosi marchi al mondo: Coca Cola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>John Stith Pemberton</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-5.jpg" width="200" height="183" alt="John Stith Pemberton" />
<div class="imagecaption">John Stith Pemberton</div>
</div>
<p>La Coca Cola viene inventata infatti da un farmacista di Atlanta, John Stith Pemberton. &#8220;Farmacista&#8221; è però per l&#8217;epoca una parola grossa: dovete capire infatti che all&#8217;epoca negli Stati Uniti non c&#8217;erano praticamente regole per quanto riguarda la somministrazione di farmaci e si faceva a gara per chi tirava fuori il liquido, crema o unguento più miracoloso e curativo.</p>
<p>Tutte queste medicine o presunte tali venivano vendute da &#8220;dottori&#8221; o &#8220;farmacisti&#8221; agli angoli delle strade in un chiassoso circo medico che animava i quartieri della grandi città. Pemberton non fa eccezione: comprata la sua &#8220;licenza&#8221; per 5 dollari si fa chiamare dottore e faceva credere di riuscire a guarire praticamente ogni malattia facendo bere veleni e purghe ai poveri malcapitati dell&#8217;epoca.</p>
<p>Molti di questi farmaci contengono elevati contenuti di alcool e droghe pesanti.. o spesso di entrambi. Il Laudano per esempio, un diffuso antidolorifico dell&#8217;epoca, è una soluzione di Oppio e Alcool. Altri ancora contengono dosi fortissime della nuovissima sostanza delle meraviglie nel 1886: la Cocaina.</p>
<p>La Cocaina, praticamente sconosciuta all&#8217;epoca, diventa famosa nel 1884, quando un famoso generale della guerra civile  si ammala di cancro e comincia ad usarla per &#8220;tirarsi un po&#8217; su&#8221;.. effettivamente la cocaina lo aiuta parecchio prima della morte e la notizia si diffonde in tutti gli Stati Uniti: se il Generale Grant, la figura più popolare del paese, l&#8217;ha usata con successo allora deve essere proprio un rimedio miracoloso!</p>
<p>Pemberton cominciò ad usare Cocaina e Caffeina in molte delle sue prime creazioni, tra cui ne spiccò subito una: il famoso &#8220;vino francese di Coca&#8221; o <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pemberton's_French_Wine_Coca">&#8220;Pemberton&#8217;s French Wine Coca&#8221;</a>.<br />
Fu il suo più grande successo prima di dedicarsi alla Coca Cola ed era una combinazione di Cocaina, Alcool e Caffeina.</p>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-8.jpg" width="200" height="195" alt="Pemberton’s French Wine Coca" />
<div class="imagecaption">Pemberton&#8217;s French Wine Coca</div>
</div>
<p>Il vino francese di coca vende bene in tutta la Georgia, ma purtroppo il prodotto ha vita breve: arriva infatti nel 1885 la prima epoca del proibizionismo negli Stati Uniti e l&#8217;ingrediente principale, l&#8217;Alcool, viene messo fuori legge.</p>
<p>Pemberton è disperato: il vino francese di coca era appena uscito e stava andando alla grande. Decide così di abbandonare il mercato dei farmaceiutici miracolosi e di darsi ad un nuovo e fiorente settore: quello delle bibite analcoliche.</p>
<p>La competizione è fortissima: ci sono 5 grandi bar ad Atlanta in quel periodo che servono solo (per ovvi motivi) bitite analcoliche rinfrescanti durante l&#8217;afosa estate del 1885.<br />
Queste bibite vengono create direttamente al banco e ne esistono fino a 300 varietà diverse, tutte pubblicizzate da strani ed altisonanti nomi, come l&#8217;Hires Root Beer, il White Rock Ginger Ale.. e così via.</p>
<p>La sfida di Pemberton è trasformare la sua mistura di Alcool e Cocaina in una bibita analcolica e rinfrescante.<br />
Il risultato è tutt&#8217;altro che leggero: massicce dosi di Cocaina e di estratto di Cola, una noce africana il cui principio attivo è la caffeina, vengono mischiate per ottenere una bibita che, non contenendo Alcool, poteva essere venduta nei bar.</p>
<p>Il gusto non era però certo buono e così vi aggiunse anche dello zucchero e un po&#8217; di acidi che coprissero il sapore della Cocaina e della Cola.. ne venne fuori la prima Coca Cola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La Nascita del Marchio</h2>
<p>L&#8217;idea del nome Coca Cola è dovuta al contabile di Pemberton, Frank Robinson.<br />
Robinson inventò il marchio Coca Cola sfruttando la sua bella calligrafia da contabile e ne modificò il nome utilizzando la &#8220;C&#8221; in &#8220;Cola&#8221;. In inglese infatti la Cola si chiamerebbe &#8220;Kola&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/coke-logo.jpg" width="570" height="217" alt="coke-logo.jpg" /></p>
<p>Passò settimane a modificare e perfezionare la scritta &#8220;Coca Cola&#8221; e la sua calligrafia divenne così il marchio che oggi conosciamo in tutto il mondo.</p>
<p>Le vendite vanno però a rilento, solo 95 litri il primo anno. Pemberton era un pessimo uomo d&#8217;affari, aveva dichiarato banca rotta svariate volte e nessuno voleva fare affari con lui.</p>
<p>Oltre tutto come molti dei finti dottori dell&#8217;epoca soffriva di un male ancora sconosciuto: era diventato dipendente dalla Cocaina, lo stesso ingrediente che utilizzava in grandi quantità ogni giorno lo stava uccidendo.<br />
Pemberton era un cocainomane terminale e questo non aiutava certo i suoi affari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Asa Griggs Candler</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/candler1.jpg" width="200" height="212" alt="Asa Griggs Candler" />
<div class="imagecaption">Asa Griggs Candler</div>
</div>
<p>Nell&#8217;inverno del 1888 Pemberton muore. La Coca Cola sembra destinata a morire con lui, ma un imprevisto sopraggiunge ad aiutare la nostra bibita preferita.</p>
<p>Un intraprendente imprenditore e apprendista farmacista acquisterà infatti la formula della Coca Cola e fonderà la moderna Coca Cola Company: è Asa Griggs Candler.</p>
<p>Candler non era certo un genio, era piuttosto un arrampicatore sociale: era arrivato 4 anni prima ad Atlanta in cerca di fortuna e aveva girato ogni farmacia della città in cerca di lavoro, era stato anche dallo stesso Pemberton che però non lo aveva assunto.</p>
<p>In quattro anni riuscì a mettersi in proprio e a farsi il proverbiale &#8220;gruzzoletto&#8221;.<br />
Le lunghe ore di lavoro lo portarono però ad avere frequentissimi mal di testa. Provò ogni rimedio possibile senza risultato finché non ricapitò per caso al negozio di Pemberton che gli fece provare la Coca Cola: fu un colpo di fulmine, la Coca Cola fece passare il mal di testa a Candler che si offrì subito di acquistare la formula del rimedio miracoloso.</p>
<p>Completamente al verde e prossimo alla morte Pemberton accetta l&#8217;offerta di Candler e cede la Coca Cola Company per 230 dollari nel maggio 1889.</p>
<p>La prima mossa di Candler fu quella di aggiungere più zucchero e anche prodotti citrici per mascherare il sapore medicinale che aveva all&#8217;epoca la Coca Cola. </p>
<p>La nuova Coca Cola ha ora un buon sapore e rimane di grande effetto grazie alle grandi dosi di caffeina e zucchero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Nasce il Direct Marketing</h2>
<p>Frank Robinson, il vecchio contabile di Pemberton ora responsabile della pubblicità per Candler, ne fa un&#8217;altra delle sue inventando quella che è riconosciuta come la prima campagna di direct marketing della storia: entra nelle principali farmacie e bar della città e si fa dare gli indirizzi dei clienti migliori.</p>
<p>Invia a questi indirizzi <em>un buono per ottenere una bevuta gratuita di Coca Cola</em>: è un successo strepitoso, chi può resistere ad una bevuta gratis? e se poi il prodotto è buono.. un nuovo cliente è assicurato.</p>
<p>Sotto la spinta di questa campagna la Coca Cola diventa famosa in tutto il paese: nel 1901 le vendite salgono a 2 milioni di litri, 60 milioni di boccali venduti.</p>
<p>L&#8217;America è dipendente dalla Coca Cola. Ma purtroppo ci si cominciò a chiedere se questa dipendenza non fosse solo figurativa, ma reale: cominciarono ad uscire su varie riviste nazionali del paese articoli che dimostravano come la Cocaina desse dipendenza fisica e la sostanza che tanto era in voga fino a vent&#8217;anni prima cominciò ad essere vista come un veleno, quale in effetti è.<br />
C&#8217;erano storie di persone dipendenti dalla Coca Cola e da altre bevante contenenti Cocaina.. non certo una buona pubblicità per la società di Candler.</p>
<p>Nel 1906 Candler torna quindi in laboratorio per elaborare un complicatissimo procedimento che elimini qualsiasi traccia di droga dalla Coca Cola.</p>
<p>La decocainizzazione della Coca Cola coincide anche con un taglio netto nella strategia pubblicitaria: non si preme più sulle favolose e presunte proprietà curative del prodotto, ma lo si pubblicizza ora solo come bibita analcolica rinfrescante: è la nascita della Coca Cola moderna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La Leggendaria Bottiglietta</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:119px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/coke2.jpg" width="119" height="200" alt="La Leggendaria Bottiglietta" />
<div class="imagecaption">La Leggendaria Bottiglietta</div>
</div>
<p>La Coca Cola diventa un vero e proprio fenomeno di massa, il successo è strepitoso, si può trovare letteralmente ovunque. Dal 1899 si comincia anche ad imbottigliarla: mentre prima era possibile bere Coca Cola solo spinata nei tanti bar di paese o cittadini è ora possibile comprarla anche in bottiglia negli alimentari e nelle drogherie.</p>
<p>Ma il tanto successo nazionale attira ovviamente una folta schiera di imitatori che con nomi, ingredienti e gusti molto simili alla Coca Cola vogliono approfittare della sua fama per fare un po&#8217; di soldi facili. </p>
<p>La Coca Cola si rivela fin da subito molto combattiva nella lotta alle imitazioni, porta in causa tutti i suoi concorrenti, vincendo e facendone fallire la maggior parte, e  soprattutto Candler ne tira fuori un&#8217;altra delle sue: fa creare una confezione unica ed inconfondibile per il suo prodotto, nasce la leggendaria <em>bottiglietta in vetro della Coca Cola</em>.<br />
Talmente riconoscibile che <em>&#8220;anche un cieco potrebbe riconoscerla&#8221;</em> come ama ribadire lo stesso Candler.<br />
Il risultato diventa un vero e proprio simbolo americano, è il 1916.</p>
<p>La stessa bottiglia venduta ovunque, un brand forte in un packaging unico e riconoscibile: non si può certo dire che la Coca Cola e Candler non furono i precursori del Marketing moderno!</p>
<p>Lo stesso Candler attribuisce l&#8217;enorme successo della Coca Cola sia al suo buon sapore quanto all&#8217;ottima strategia di marketing intrapresa negli anni dalla sua società.</p>
<p>Nonostante il successo Candler decide nel 1919 di vendere la Coca Cola Company. Si reputa un uomo d&#8217;affari arrivato e vuole concedersi il dovuto riposo negli ultimi anni della sua vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Ernest e Robert Woodruff</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/woodruff_robert.jpg" width="200" height="257" alt="Robert Woodruff" />
<div class="imagecaption">Robert Woodruff</div>
</div>
<p>E&#8217; un ricco finanziere e faccendiere dell&#8217;epoca il primo ad interessarsi all&#8217;acquisto della Coca Cola: Ernest Woodruff.<br />
Woodruff non era molto amato. Era una specie di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ebenezer_Scrooge">Ebenezer Scrooge</a> dell&#8217;epoca. Poco socievole e con la testa solo nei suoi affari, Ernest era quello che si dice uno squalo senza scrupoli.</p>
<p>Candler lo conosce per fama e non vorrebbe vendere la sua azienda ad una persona di così pochi principi. Mette sul mercato la Coca Cola per una cifra spropositata, 25 milioni di dollari, cercando di mettere fuori gara Woodruff.</p>
<p>Ma Woodruff grazie a varie e riuscite operazioni finanziarie riesce a racimolare l&#8217;investimento e compra la Coca Cola Company. Chiude l&#8217;affare pensando solo ad un buono, ottimo, investimento, non ha intenzioni di prendere in mano la società in prima persona.</p>
<p>Nel 1924 Ernest passa la guida della Coca Cola Company a suo figlio, Robert Woodroof.<br />
Robert accetta l&#8217;incarico solo dopo aver chiarito con suo padre che aveva intenzione di essere un vero manager e che sarebbe stato l&#8217;unico ad avere l&#8217;ultima parola su ogni decisione che riguardasse l&#8217;azienda.</p>
<p>Robert è molto interessato alla gestione dell&#8217;azienda e supervisiona ogni aspetto, dalla produzione al marketing: la Coca Cola Company ha ora un nuovo ed intraprendente timoniere che la porterà a successi assolutamente fuori da ogni aspettattiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Il mito di Babbo Natale</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-6.jpg" width="200" height="206" alt="Il Babbo Natale della Coca Cola" />
<div class="imagecaption">Il Babbo Natale della Coca Cola</div>
</div>
<p>La Coca Cola è frequentemente citata come l&#8217;inventrice del <em>&#8220;Babbo Natale moderno&#8221;</em> e cioè di quello classico, che a noi tutti viene in mente quando pensiamo a Babbo Natale: un uomo anziano, ben piazzato, con barba e capelli bianchi e il vestito rosso.. ecc.<br />
Al contrario di quello che si pensa questa immagine di Babbo Natale era già largamente in uso negli anni 30 quando la Coca Cola cominciò ad usarla per le sue campagne natalizie.<br />
Non solo: la prima azienda produttrice di bibite che usò il Babbo Natale moderno fu in realtà la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/White_Rock_Beverages">White Rock Beverages</a>, prima nel 1915 per vendere acqua minerale e poi nel 1923 per vendere il suo Ginger Ale.</p>
<p>Insomma, tutte le storie che parlano di un Babbo Natale diventato rosso per volere della Coca Cola sono purtroppo non veritiere, rimane comunque il merito alla Coca Cola di aver fatto entrare questa immagine nell&#8217;immaginario collettivo attraverso un uso costante negli anni. </p>
<p>Insomma, magari non l&#8217;avranno inventato, ma di sicuro l&#8217;hanno reso universale.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h2>La Pepsi Cola</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-9.jpg" width="200" height="193" alt="Pepsi Cola" />
<div class="imagecaption">Pepsi Cola</div>
</div>
<p>La Pepsi Cola nasce nello stesso periodo della Coca Cola, da un altro farmacista, Caleb Bradham, a New Bern nel North Carolina. </p>
<p>Al contrario della Coca Cola la Pepsi Cola nasce immediatamente come bibita rinfrescante, non come medicinale, anche se inizialmente viene pubblicizzata come &#8220;la bibita rinfrescante che ti aiuta a digerire&#8221;.<br />
Il &#8220;Pepsi&#8221; in &#8220;Pepsi Cola&#8221; fa infatti riferimento alla Pepsina, un prodotto che effettivamente aiuta la digestione. Peccato che come per la Coca Cola il nome è ingannevole anche per la Pepsi Cola: non ci sono infatti tracce di Pepsina nella famosa bibita, fin dalla sua nascita.</p>
<p>Fatto sta che la Pepsi è l&#8217;unico concorrente della Coca Cola a farsi strada nei gusti degli americani ad inizio secolo. Il successo della Pepsi Cola è secondo solo a quello della Coca Cola fino a quando non scoppia la Prima Guerra Mondiale, nel 1915.</p>
<p>Il prezzo dello zucchero, elemento fondamentale nella Pepsi come nella Coca Cola, sale a dismisura e mette in crisi la produzione di entrambi le famose bevande rinfrescanti.</p>
<p>Bradham si prende un rischio enorme acquistando grandi quantità di zucchero ed investendo forti somme in borsa sicuro che lo zucchero non potrà che proseguire a salire.</p>
<p>Sfortunatamente il prezzo dello zucchero crolla improvvisamente, da 22 centesimi a meno di 3: Bradham e la Pepsi Cola Company si ritrovano in banca rotta.</p>
<p>Bradham torna alla sua farmacia e chiude l&#8217;azienda. La storia della Pepsi finirebbe qui se non fosse per un clamoroso errore della Coca Cola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>I Loft Candy Store</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-10.jpg" width="200" height="200" alt="Charles Guth" />
<div class="imagecaption">Charles Guth</div>
</div>
<p>Negli anni venti, anche grazie al proibizionismo, la vendita di analcolici ha un boom semplicemente inarrestabile. Anche durante la prima recessione le vendite di Coca Cola non fanno altro che salire, chiunque non vuole togliersi il piacere di una buona e fresca bevuta per un solo nichelino (5 centesimi, il costo di una spillata di Coca Cola).</p>
<p>I Loft Candy Stores, una catena di bar con sede a New York, da sola vende quasi 4 milioni di Coca Cole l&#8217;anno.<br />
Nel 1932 il presidente della Loft, Charles Guth, si rivolge a Robert Woodruff chiedendo uno sconto.</p>
<p>Woodruff gli nega qualsiasi tipo di agevolazione, forte del successo nazionale che ha con il suo prodotto e per ripicca Guth decide di acquistare Pepsi Cola, da poco fallita, e di venderla nei suoi popolari bar al posto della Coca Cola.</p>
<p>La decisione però non ri rivela delle migliori: venduta solo nei bar di Guth la Pepsi Cola non ha abbastanza successo per tenere in piedi un impianto produttivo e una distribuzione adeguata e si ritrova una seconda volta in bancarotta.</p>
<p>Guth decide così di proporre a Coca Cola di acquistare Pepsi Cola: è qui che Robert Woodruff, presidente di Coca Cola Company fa il suo più grande errore: rimanda a casa Guth dicendogli che non ha in mano niente, che la Coca Cola non è interessa all&#8217;acquisto di quella che è ora solo una società fallita. </p>
<p>Woodruff perde l&#8217;occasione d&#8217;oro di acquistare e distruggere Pepsi Cola prima che diventi una vera minaccia e non solo: la sua arroganza rafforza la determinazione di Guth che si rimette in carreggiata deciso a rimettere in piedi la Pepsi Cola Company.</p>
<p>E&#8217; un errore storico di proporzioni ancora impensabili per la Coca Cola Company.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La Grande Depressione e la rinascita di Pepsi Cola</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-1.jpg" width="200" height="253" alt="Bottiglie di birra riciclate per contenere Pepsi Cola" />
<div class="imagecaption">Bottiglie di birra riciclate per contenere Pepsi Cola</div>
</div>
<p>Nel 1934 l&#8217;America è nella tenaglia della Grande Depressione. Milioni di disoccupati fanno la fila per avere un pasto caldo gratuito e 5 centesimi, il costo di una bevuta di Coca Cola, sono un mucchio di soldi per un affamato consumatore.</p>
<p>Guth, il proprietario di Pepsi Cola, decide quindi a puntare sul prezzo per spingere la sua bevanda: compra in tutta la nazione bottiglie di birra usata, da cui può facilmente togliere l&#8217;etichetta e sostituirla con quella della Pepsi, e si mette a vendere bottiglie da 36 centilitri a 5c: la Coca Cola per lo stesso prezzo offriva da sempre la sua bottiglietta da 18 centrilitri.</p>
<p>Pepsi stava vendendo un prodotto simile, ugualmente buono, allo stesso prezzo, ma in quantità doppia.</p>
<p>In pochi giorni una intera partita di Pepsi Cola va a ruba: la gente adora la formula 36 centilitri per un nichelino e la pubblicità di Pepsi spinge in questa direzione: &#8220;il doppio per un nichelino!&#8221;, &#8220;il più grande analcolico per un nichelino!&#8221; e così via.</p>
<p>In soli sei mesi Pepsi passa dalla bancarotta ad un utile di centomila dollari. Certo le vendite di Pepsi Cola sono ancora una minima frazione di quelle di Coca Cola, ma ciononostante la concorrenza è concorrenza la Coca Cola sente di avere ora un concorrente forte e deciso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La Seconda Guerra Mondiale</h2>
<p>Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale Coca Cola fu pesantemente minacciata dal razionamento dello zucchero che avrebbe dimezzato le vendite nazionali e portato la società al rischio di fallimento.</p>
<p>Robert Woodruff decide così di recarsi a Washington per parlare al governo. Il messaggio per i politici di Washington è chiaro: la Coca Cola è una necessità in tempo di guerra in quanto la bibita rinfrescante più famosa d&#8217;America non solo è un simbolo nazionale, ma una esperienza che fa parte oramai della vita quotidiana. </p>
<p>Incredibilmente Woodruff ha successo e convince il governo non solo a dargli tutto lo zucchero di cui ha bisogno, ma addirittura a diventare il fornitore ufficiale dell&#8217;esercito americano! milioni di casse di Coca Cola vengono distribuite prima in tutti i campi di addestramento dell&#8217;esercito e poi spediti in tutti i luoghi in giro per il mondo dove l&#8217;America sta combattendo.</p>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:200px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-11.jpg" width="200" height="260" alt="Pubblicità della Coca Cola" />
<div class="imagecaption">Pubblicità della Coca Cola</div>
</div>
<p>Non esiste campo militare nel mondo che non abbia un piccolo impianto per spinare e conservare al fresco la Coca Cola che diventa ora non solo una ottima bibita, ma il vero ricordo di casa per i militari che combattono a migliaia di miglia da casa.</p>
<p>Bere una Coca Cola al ritorno da una missione è per i soldati come tornare nel cortile di casa a sorseggiare la propria bibita preferita all&#8217;ombra di una bella quercia. <em>Coca Cola porta il sapore di casa ai soldati.</em></p>
<p>La Coca Cola entra così definitivamente nel cuore degli americani, in Patria come all&#8217;estero: è senza dubbio alcuno una delle mosse di marketing più azzeccate e riuscite della storia.</p>
<p>Oltre a questo Coca Cola sferra un attacco letale a Pepsi Cola: non solo il suo prodotto è ora bevuto e pubblicizzato in tutto il pianeta, ma oltretutto può disporre in tempo di guerra di tutto lo zucchero che vuole, cosa che la Pepsi Cola Company non può fare!</p>
<p>Durante la Seconda Guerra Mondiale i militari americani in giro per il mondo consumano 10 miliardi di bottigliette di Coca Cola. C&#8217;erano degli ispettori, detti Colannelli Coca Cola, che controllavano che il prodotto fosse prodotto ed imbottigliato correttamente. E&#8217; il sogno di ogni direttore marketing al mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Il dopo Guerra</h2>
<p>All&#8217;ingresso degli anni cinquanta e sessanta Coca Cola è praticamente invincibile: è diventata un simbolo americano, tutti l&#8217;adorano, è presente in tutto il mondo con vendite annue pari a quasi un miliardo di dollari.</p>
<p>Il successo però, come spesso succede, porta a scelte sbagliate. Woodruff si ostina per esempio a non volere cambiare più niente da un punto di vista marketing: se aveva funzionato fino ad ora perché cambiare?</p>
<p>Il prezzo di 5c rimase invariato nonostante gli ingredienti salissero di prezzo, la Coca Cola era l&#8217;unico prodotto distribuito dai distributori automatici dell&#8217;azienda mentre la concorrenza stava differenziando molto e in più veniva ancora distribuita unicamente e solo nelle famose bottigliette da 18 centilitri.</p>
<p>L&#8217;industria degli analcolici però in quel periodo, come in tutto il resto, cambia e si espande rapidamente. Servono nuove idee e qualità imprenditoriali come il coraggio per reggere in questo nuovo mercato, tutte cose su cui Woodruff, ormai invecchiato e soprattutto appagato dal successo, non può più contare.</p>
<p>Pepsi è più dinamica, propone nuovi prodotti e nuovi tipi di distribuzione, differenzia il mercato e lancia campagne pubblicitare aggressive.</p>
<p>Per più di 70 anni (dal 1886 al 1959) il prezzo di una bottiglia di Coca-Cola è rimasto bloccato a 5 centesimi di dollaro; un caso davvero eccezionale di quella che gli economisti chiamano la &#8220;rigidità del prezzo nominale&#8221;, ampiamente studiato ed analizzato. Una parte della risposta sta nel problema del costo di adeguare ad un nuovo prezzo i distributori automatici ma si deve tenere presente anche la difficoltà di convincere i consumatori ad accettare un aumento del 100%, con il passaggio del prezzo da 5 a 10 centesimi di dollaro (il taglio di moneta superiore). In effetti il presidente della Coca- Cola nel 1953 scrisse al Presidente Eisenhower per suggerirgli una moneta da 7 centesimi e mezzo. Nel 1960 infine il prezzo si spostò da 5 a 10 centesimi; per giustificare il nuovo prezzo Coca Cola introdusse una bottiglia più grande, &#8220;King Size Coke&#8221;, lanciò una campagna pubblicitaria ad hoc e introdusse nuovi distributori automatici. [<a href="http://www.frenimkt.com" >via</a>]</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La Pepsi Generation</h2>
<p>La guerra tra le Cole è però solo all&#8217;inizio e c&#8217;è una nuova arma nelle mani delle due aziende che è appena arrivata nelle case di tutti gli americani: la televisione.</p>
<p>La Pepsi è la prima ad usare la televisione efficacemente: ignora l&#8217;amore per la Coca Cola dei reduci dalla Seconda Guerra Mondiale e si concentra sui loro figli.</p>
<p>Figli ribelli, stufi di sentire le storie di guerra dei genitori, proiettati al futuro e in piena epoca Hippie. il 68 e il clima di cambiamento posiziona Pepsi come la bibita del nuovo e Coca Cola come il simbolo della tradizione e, di conseguenza, del vecchio.<br />
Chi beve Coca Cola è un tradizionalista, un vecchio, chi beve Pepsi al contrario è un figo, uno sveglio, uno che vuole provare cose nuove e non ha paura del futuro.</p>
<p>I giovani bevono e vogliono Pepsi.<em> E&#8217; la Pepsi Generation.</em></p>
<p>Pepsi invece di parlare del prodotto si concentra sul target: invece di dire quanto è buona la sua bibita fa vedere negli spot televisivi chi la beve. Giovani hippie accampati in mezzo alla natura e con i fiori in testa sorseggiano Pepsi al tramonto: sono questi gli spot dell&#8217;epoca che più entrano nell&#8217;immaginario dei giovani.</p>
<p>E&#8217; la stessa tecnica che abbiamo visto <a href="http://itomizer.com/2007/12/27/la-olivetti-valentine-di-ettore-sottsass/">nell&#8217;articolo a proposito della Olivetti Valentine</a>: puntare al target, non al prodotto.</p>
<p>Pepsi per prima sposta la comunicazione dal prodotto al suo target, è una mossa vincente che gli fa guadagnare importanti quote di mercato e fa tremare Coca Cola.</p>
<p>Ovviamente ci vuole poco a capire che se si lascia il mercato dei giovani alla concorrenza non si avranno più clienti in futuro (pensiamo a quanto fa McDonalds per i bambini, non certo a caso!) e Coca Cola risponde con uno degli spot televisivi più famosi della storia, eccone la versione italiana:</p>
<p>[wp_youtube]QOHoh4AQ6Ks[/wp_youtube]</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>The Pepsi Challenge</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:130px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-12.jpg" width="130" height="200" alt="The Pepsi Challenge" />
<div class="imagecaption">The Pepsi Challenge</div>
</div>
<p>Nonostante la nuova verve pubblicitaria di Coca Cola abbia successo, Pepsi continua a guadagnare quote di mercato e sferra un attacco decisivo alla sua concorrente: inventa il Pepsi Challenge.</p>
<p>Nel 1984 lancia una enorme campagna pubblicitaria in tutta la nazione in cui Coca Cola e Pepsi venivano servite in confezioni non riconoscibili, alla stessa temperatura, e in sequenze casuali.<br />
Furono eseguiti 11 milioni di questi test (!!!) e alla fine il risultato fu sorprendente: La Pepsi se non riconosciuta veniva preferita dalla stragrande maggioranza dei consumatori.</p>
<p>La campagna ha un successo senza precedenti e Pepsi si ritrova a inseguire Coca Cola per meno di 3 punti percentuali.</p>
<p>Non era mai successo prima. In alcuni mercati addirittura la Pepsi vendeva più della Coca Cola. Per i dirigenti della grande azienda di Atlanta è il panico. Agli inizi degli anni ottanta è avvenuto l&#8217;impossibile.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h2>The New Coke</h2>
<p>Robert Woodruff è ormai alla fine dei suoi anni, vecchio e non più in grando di reggere l&#8217;azienda, passa la mano ad uno dei suoi luogotenenti. Il giovane ed intraprendente Roberto Goizueta diventa l&#8217;amministratore delegato della Coca Cola Company.</p>
<p>Goizueta come prima operazione per rilanciare il marchio e il prodotto pensa e realizza l&#8217;impensabile: modifica la storica formula della Coca Cola e si accinge a lanciare sul mercato una nuova Coca Cola, The New Coke.</p>
<p>Il gusto della nuova Coca Cola si avvicina scandalosamente a quello della Pepsi, è più dolce e meno acida, proprio come la Pepsi, e non è certo un caso: i dirigenti di Coca Cola pensano che cambiare il proprio gusto ed avvicinarsi a quello della concorrenza sia una buona mossa. Niente di più sbagliato.</p>
<p>Nella primavera del 1985 Robert Woodruff muore. <em>E&#8217; la fine di un&#8217;era.</em></p>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:110px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-14.jpg" width="110" height="200" alt="The New Coke" />
<div class="imagecaption">The New Coke</div>
</div>
<p>Il 23 aprile 1985 viene lanciata sul mercato la nuova formula. Nonostante ci si affanni a proclamare la &#8220;New Coke&#8221; come un prodotto nuovo ed innovativo è subito chiaro a tutti i consumatori che ci si ritrova di fronte ad una imitazione riuscita male della Pepsi. Il gusto simile scontenta tutti: chi preferiva il gusto Coca Cola e chi ovviamente preferiva il gusto Pepsi.</p>
<p>Non solo: in pochi giorni la sede della Coca Cola Company riceve migliaia e migliaia di telefonate da consumatori adirati che minacciano azioni legali e rappresaglie contro l&#8217;azienda.. perché aveva cambiato uno dei simboli di america.</p>
<p>Psicologi messi in ascolto in certe telefonate descrivono questi consumatori come padri a cui è stato tolto un figlio, talmente arrabbiati da minacciare pesantemente i dirigenti Coca Cola.</p>
<p>Nascono gruppi di attivisti ed sostenitori della vecchia formula, in tutto il Paese si insorge contro la <em>New Coke</em>. insomma una vera e propria rivoluzione. Cartelli con &#8220;The Real Taste is Gone&#8221; spuntano ovunque.</p>
<p>La Pepsi ovviamente non può che ridersela e le sue quote di mercato aumentano esponenzialmente fino a superare quelle della Coca Cola in tutti gli Stati Uniti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Coca Cola Classic</h2>
<div class="imageframe imgalignleft" style="width:107px;"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/picture-15.jpg" width="107" height="200" alt="The Coca Cola Classic" />
<div class="imagecaption">The Coca Cola Classic</div>
</div>
<p>Già a luglio è chiaro che la mossa di Goizueta non è stata quella che si dice una mossa intelligente.<br />
La Coca Cola ha perso quote di mercato e le vendite sono in picchiata, la Pepsi Cola è la bibita analcolica più venduta negli Stati Uniti e guadagna quote in tutto il mondo.</p>
<p>La soluzione è solo una: tornare indietro. Viene reintrodotta la vecchia e amata formula della Coca Cola che da allora è la <em>&#8220;Coca Cola Classic&#8221;</em> e con la vecchia formula magicamente tornano a volare le vendite e le quote di mercato ritornano a sorridere all&#8217;azienda di Atlanta.</p>
<p>Il ritorno della <em>Coca Cola Classic</em> è un grande successo. Gira addirittura la leggenda che lo storico fiasco della <em>New Coke</em> sia stata una enorme e programmata manovra di marketing per preparare il ritorno alla vecchia formula e rilanciare pomposamente un prodotto oramai visto come vecchio.</p>
<p>Non sapremo mai se questa leggenda è vera o no, certo sarebbe bello pensare che gli stessi uomini che hanno scritto interi capitoli del grande libro del marketing moderno si siano spinti tanto in là da programmare il più grande fiasco del secolo.. solo per poi avere tra le mani il più grande rilancio di un prodotto del secolo.</p>
<p>Tutto il resto, come si dice, è storia.</p>

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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2008 13:40:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I Ray-Ban Wayfarer non sono solo gli occhiali più venduti della storia, ma un vero e proprio fenomeno di costume che ha saputo nascere, morire e rinascere tante e tante volte nel corso dei decenni. I wayfarer sono stati disegnati da Raymond Stegeman nel 1952. Raymond era un inventore che creò decine di progetti per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">I Ray-Ban Wayfarer non sono solo gli occhiali più venduti della storia, ma un vero e proprio fenomeno di costume che ha saputo nascere, morire e rinascere tante e tante volte nel corso dei decenni.</p>

<p>I wayfarer sono stati disegnati da Raymond Stegeman nel 1952. Raymond era un inventore che creò decine di progetti per la Bausch and Lomb, l&#8217;allora proprietaria della Ray-Ban (ora parte del gruppo italiano Luxottica).</p>
<p>Il design degli occhiali era un cambio radicale con il passato, sia nella forma che divenne subito uno status symbol, soprattutto maschile, che per i materiali: i Wayfarer furono infatti i primi occhiali a sfruttare le nuove materie plastiche e segnarono l&#8217;inizio dell&#8217;uso delle montature in plastica.</p>
<p>Se si pensa alle sottili montature in metallo che venivano vendute negli anni cinquanta si capisce subito come i Wayfarer fossero assolutamente innovativi e fuori dagli schemi per l&#8217;epoca.<br />
Appena introdotti divennero subito un successo commerciale incredibile, aiutati senza alcun dubbio da un marketing azzeccatissimo che puntava molto sul cinema e su testimonial d&#8217;eccezione.<br />
Kim Novak portava i Wayfarer in Costa Azzurra nel 1954, così come Marilyn Monroe non mancava di indossarli ad ogni buona occasione.</p>
<p>La svolta vera arrivò nel 1961 quando Audrey Hepburn indossando una versione <em>oversize</em> dei Wayfarer in <em>Colazione da Tiffany</em> li fece diventare un vero e proprio oggetti di culto. Durante gli anni cinquanta e sessanta celebrità di ogni tipo come John Lennon, Bob Dylan, James Dean, il presidente John F. Kennedy, Roy Orbison e Andy Warhol indossavano regolarmente dei Wayfarer per proteggersi dal sole.</p>
<p>Dopo il boom incredibile degli anni &#8217;50 e &#8217;60 le vendite cominciarono a calare: i wayfarer erano inevitabilmente passati di moda e negli anni settanta furono quasi cancellati dal listino Ray-Ban per lasciare il passo ad occhiali più estroversi e particolari, tipici dell&#8217;epoca degli Hippies.</p>
<p>La Ray-Ban ci riprova nel 1980 facendo indossare i suoi Wayfarer niente meno che a Jake Blues e a suo fratello Elwood.. meglio conosciuti come <em>Blues Brothers</em>. Il successo del film è storia, ma  nonostante questo nel 1981 furono vendute solo 18000 paia di Wayfarer: la morte dell&#8217;occhiale più venduto della storia sembrava ormai certa.</p>
<p><!--adsense#rec3--></p>
<p>Solo un marketing ancora più spinto poteva risollevare il mito e la Ray-Ban lo sapeva. Contro ogni pronostico decise di investire 50.000 dollari l&#8217;anno in product placement per i suoi Wayfarer all&#8217;interno di produzioni cinematografiche e televisive: dal 1982 al 1987 i Wayfarer apparvero ogni anno in oltre 60 tra film e telefilm.</p>
<p>Nel 1983 i Wayfarer tornarono alla grande, anche grazie a Tom Cruise e al famoso <em>Risky Business</em>: 360.000 paia vennero vendute in quell&#8217;anno, era l&#8217;inizio di un nuovo fenomeno di costume che avrebbe abbracciato tutti gli anni ottanta.</p>
<p>Arrivati al 1986, grazie ad altre apparizioni in serie televisive di successo come <em>Miami Vice</em> e <em>Moonlighting</em>, la Ray-Ban aveva perso il conto dei Wayfarer venduti: si era arrivati a 1 milione e mezzo di pezzi in circolazione.</p>
<p>Contemporaneamente i Wayfarer spopolavano nel mondo della musica: Johnny Marr, Debbe Harry dei Blondies, Elvis Costello, Morrissey, Patti Smith, gli U2.. tutti indossavano Wayfarer, chi per contratto, chi per scelta: i Wayfarer passarono dai due modelli disponibili nel 1981 a più di 40 diversi modelli (per forma e colore) nel 1989: furono una delle icone degli anni ottanta ed entrarono nella storia un&#8217;altra volta.</p>
<p>Ma la storia si ripeté negli anni novanta dettando un&#8217;altra caduta per le vendite dei Wayfarer: la popolarità immensa raggiunta negli anni ottanta si trasformò, come spesso succede, in noia e i nuovi modelli di occhiali, più avvolgenti e moderni che uscirono in quella decade (Oakley su tutti) spadroneggiarono le vendite lasciano cadere nel dimenticatoio ancora una volta i Wayfarer.</p>
<p>Il ciclo di vita dei famosi occhiali Ray-Ban non era però ancora finito: grazie ad un redesign nel 2001 e alla moda del vintage dei primi anni duemila i Wayfarer stanno oggi rivivendo l&#8217;ennesima nuova giovinezza.<br />
Nel 2007 Ray-Ban si accorse che vecchi Wayfarer degli anni cinquanta e sessanta venivano vendute e cifre stratosferiche su Ebay e colse la palla al balzo introducendo i <em>Wayfarer Original</em> che riprendevano esattamente il design dei primi modelli prodotti cinquanta anni fa.</p>
<p>I Wayfarer sono tornati ancora sul naso di tanti appassionati, più come fenomeno di vintage che di costume, ma il design immortale di questi occhiali testimonia come un oggetto tanto semplice quanto un paio di occhiali da sole possa a tutti gli effetti entrare nella storia.</p>

<p><a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iXrsA2He5kyiSyzQpqKZY_ETtqg/0/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iXrsA2He5kyiSyzQpqKZY_ETtqg/0/di" border="0" ismap="true"></img></a><br/>
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		<title>Il Futuro del Futurismo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2008 12:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla GAMeC &#8211; Galleria d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, duecento opere illustrano come il Futurismo abbia rappresentato una rivoluzione in grado di influenzare lo sviluppo dell’arte moderna e contemporanea. La GAMeC organizza, in collaborazione con COBE Direzionale S.p.A., dal 21 settembre 2007 al 24 febbraio 2008 la grande mostra Il Futuro del Futurismo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Alla <a href="http://www.gamec.it">GAMeC &#8211; Galleria d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo</a>, duecento opere illustrano come il Futurismo abbia rappresentato una rivoluzione in grado di influenzare lo sviluppo dell’arte moderna e contemporanea.</p>
<p>La <a href="http://www.gamec.it">GAMeC</a> organizza, in collaborazione con COBE Direzionale S.p.A., dal 21 settembre 2007 al 24 febbraio 2008 la grande mostra <strong>Il Futuro del Futurismo</strong> che focalizza l’attenzione sull’influenza che il Futurismo ha avuto, e ha tuttora, sull’arte del Novecento.</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/1148932662161552.jpg" rel="lightbox[pics87]" title="Gioventù di Mimmo Rotella"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/1148932662161552.thumbnail.jpg" width="150" height="210" alt="Gioventù di Mimmo Rotella" class="imageframe imgalignleft" /></a>La collettiva, a cura di Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini Galati, intende affrontare, attraverso circa 200 opere di 120 artisti, gli influssi esercitati dal Futurismo &#8211; la più importante avanguardia storica italiana &#8211; sugli sviluppi dell&#8217;arte visiva del ‘900 per giungere alle più recenti ricerche contemporanee; la mostra si sviluppa attraverso un percorso espositivo tematico che pone in relazione i linguaggi che hanno trovato il proprio fondamento teorico e poetico nei manifesti del movimento e le più innovative indagini artistiche del XX secolo.</p>
<p>Dalle opere degli esponenti storici del futurismo &#8211; quali Boccioni, Balla, Carrà, Russolo, Severini, Depero, veri capisaldi della storia dell&#8217;arte per aver interpretato concetti rivoluzionari, come la simultaneità, il valore estetico dell&#8217;innovazione tecnologica, il fascino di un futuro non ancora esperibile &#8211; si procede verso ricerche artistiche cui la radicalità dell&#8217;avanguardia Futurista ha aperto la strada: dall&#8217;Astrattismo al Costruttivismo, dall&#8217;Arte Cinetica alle Neo Avanguardie degli anni ‘60 e ‘70 fino ai protagonisti dell’arte contemporanea – come ad esempio Hirst, Warhol, Haring, Fontana, Nauman, Pistoletto, Tuttofuoco. Un itinerario, quindi, che si articola per accostamenti, analogie e differenze.</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/futurismo_04b1.jpg" rel="lightbox[pics87]" title="Incuneandosi nell’abitato di Tullio Crali"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/futurismo_04b1.thumbnail.jpg" width="150" height="125" alt="Incuneandosi nell’abitato di Tullio Crali" class="imageframe imgalignleft" /></a>Gli artisti del Futurismo credevano nella necessità di una radicale riprogettazione dell&#8217;universo, operazione che li ha portati a concepire in modo nuovo ogni espressione artistica, compresa la musica, la danza, la fotografia, il cinema, il teatro, gli spazi da abitare, gli arredi. Nell&#8217;esplorare la vastità di questo immaginario, la mostra Il futuro del futurismo ne offre una ricca esemplificazione, allacciando relazioni culturali con la realtà dello spettacolo e il mondo produttivo.</p>
<p>Prendendo spunto dalle tematiche celebrate dal Futurismo &#8211; dalla velocità alla tecnologia, dalla simultaneità al dinamismo della metropoli, dall&#8217;audacia alla ribellione, allo scandalo &#8211; gli spazi della GAMeC saranno suddivisi in 9 sezioni.</p>
<p>Integra il percorso espositivo un filmato, a cura di Carlo Durante e Massimo Galimberti e con montaggio di Leonardo Rigon, realizzato appositamente per la mostra in collaborazione con Rai – Direzione Teche.</p>
<p><!--adsense#rec3--></p>
<p>Accompagna la mostra un catalogo, edito da Electa e disponibile anche nella versione inglese, che presenta un saggio iniziale di Giacinto Di Pietrantonio, e, per ciascuna delle nove sezioni in cui è articolata la mostra, una conversazione tra due esperti in diverse discipline intorno al tema della sezione stessa: Cristina Rodeschini &#8211; Enrico Crispolti (Al futurismo rivisitato); Beppe Finessi &#8211; Alessandro Mendini (All&#8217;energia metropolitana); Emanuela De Cecco &#8211; Gianluca Bocchi (All&#8217;anarchia dalla tradizione); Viktor Misiano &#8211; Boris Kagarlitzky (All&#8217;estetizz/azione della politica); Carlo Antonelli &#8211; Momus (Alla società dello spettacolo); Teresa Macrì &#8211; Anna Camaiti Hostert (All&#8217;umano troppo umano); Antonio Somaini &#8211; Pietro Montani (Al tempo con la tecnica); Véronique Bouruet-Aubertot &#8211; Marc Augé (Alla vita che corre); Alessandro Rabottini &#8211; Marco Giusti (All’immaginazione senza fili).</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/futurismo_09b2.jpg" rel="lightbox[pics87]" title="L'uomo razionale di Nicolaj Diulgheroff"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/futurismo_09b2.thumbnail.jpg" width="150" height="169" alt="L'uomo razionale di Nicolaj Diulgheroff" class="imageframe imgalignleft" /></a>La mostra sarà integrata da un serie di iniziative collaterali, all’insegna di un approccio multidisciplinare: progetti didattici, visite guidate per singoli (a calendario e su iscrizione), un ciclo di conferenze ed incontri con artisti e autori del catalogo e la rassegna cinematografica GAMeCinema in collaborazione con Lab 80 Film con quattro serate dedicate, a partire dall’autunno con la riscoperta del Fondo Cinematografico Nino Zucchelli &#8211; la proiezione del documentario Jeu d’echecs avec Marcel Duchamp di Jean-Marie Drot (1964) e del film The last clean short di Alfred Leslie (1965) all’interno del percorso espositivo &#8211; per concludersi tra gennaio e febbraio con due classici che ancora oggi colpiscono per visionarietà e originalità di concezione: Blade Runner: Director’s Cut di Ridley Scott (1982) e La chinoise di Jean-Luc Godard (1967) all’Auditorium di Piazza della Libertà a Bergamo.<br />
L’articolata promozione della mostra, curata da COBE Direzionale SpA, prevede tra l’altro un’operazione dedicata alle famiglie, realizzata in collaborazione con l’Associazione Art Valley e con il Gruppo IPER, che vede la partecipazione dei centri Iper di tutta l’area lombarda.</p>
<div class="contenuto">
<strong>Il Futuro del Futurismo</strong><br />
Dalla &#8216;rivoluzione italiana all&#8217;arte contemporanea. Da Boccioni a Fontana a Damien Hirst<br />
A Bergamo dal 21 settembre 2007 al 24 febbraio 2008<br />
GAMeC &#8211; Galleria d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea<br />
via San Tomaso, 53<br />
<strong>Orari</strong>: martedì-domenica ore 10-19, giovedì ore 10-22, lunedì chiuso<br />
<strong>Informazioni:</strong> tel. +39 035 270272, fax +39 035 236962</p>
<ul>
<li><a href="http://www.gamec.it">GAMeC &#8211; Galleria d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo</a></li>
<li><a href="http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp/idelemento/44036">Exibart: Il Futuro del Futurismo</a></li>
</ul>
</div>
<p>Testi tratti dal comunicato stampa ufficiale</p>

<p><a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/eJluG0jtIR67eyrUgFrFqt0Lrqw/0/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/eJluG0jtIR67eyrUgFrFqt0Lrqw/0/di" border="0" ismap="true"></img></a><br/>
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		<title>Tutto cominciò con la carta da zucchero</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2008 11:49:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel 1600, quando il concetto stesso di packaging non esisteva, impacchettare dei prodotti significava semplicemente avvolgerli in fogli di carta. Ovviamente il procedimento avveniva solo per i prodotti più preziosi in quanto anche la carta stessa era considerata ancora merce rara: vi si avvolgeva per esempio lo zucchero, prodotto nelle lontane Americhe e considerato un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Nel 1600, quando il concetto stesso di packaging non esisteva, impacchettare dei prodotti significava semplicemente avvolgerli in fogli di carta.</p>
<p>Ovviamente il procedimento avveniva solo per i prodotti più preziosi in quanto anche la carta stessa era considerata ancora merce rara: vi si avvolgeva per esempio lo zucchero, prodotto nelle lontane Americhe e considerato un prodotto prezioso e raro.</p>
<p>Nonostante siano passati quattro secoli da allora ancora oggi è di uso comune l&#8217;espressione &#8220;color carta da zucchero&#8221;. Il color carta da zucchero è infatti una particolare tonalità di azzurro e prende il nome dalle carte usate in quei tempi proprio per impacchettare lo zucchero, azzurre appunto.</p>
<p>In origine la carta era utilizzata solo come materiale sul quale scrivere o imprimere caratteri da stampa e l&#8217;obiettivo principale dei produttori era ottenere un superficie omogenea e liscia, per consentire appunto una stampa migliore o una scrittura più fluida e leggibile.</p>
<p>Per realizzare la carta a quei tempi venivano usate materie prime povere, soprattutto stracci, che conferivano ai fogli finale varie macchie ed irregolarità. Si iniziò quindi nel 1400 ad attuare i primi tentativi di colorazione con una tenue tinta celestina che consentiva di attenuare le irregolarità e nascondere le macchie della carta.</p>
<p>Nei secoli XVI e XVII si &#8220;azzurrava&#8221; la carta con estratti vegetali come l&#8217;indaco, il guado e il campeggio. Successivamente vennero utilizzate sostanze minerali come il blu di Prussia e l&#8217;oltremare.</p>
<p>Dall&#8217;azzurraggio alla vera e propria colorazione della carta il passo fu breve: il primo colore che si diffuse fu per ovvi motivi l&#8217;azzurro.</p>
<p>L&#8217;azzurro divenne sinonimo di pregio e le carte di quel colore venivano, come detto, utilizzate per impacchettare prodotti pregiati come lo zuccherro o il tabacco.</p>
<p>Con l&#8217;aumento esponenziale della diffusione della carta nel secolo XVIII aumentò anche la richiesta di coloranti che però avevano ancora una gamma cromatica alquanto ristretta.</p>
<p>Solo dal 1857, quando fu elaborata la mauveina (l&#8217;attuale fucsina) la situazione cambiò radicalmente: i nuovi coloranti organici sintetici divennero sempre più vari ed utilizzati e i vecchi coloranti naturali estratti da minerali e vegetali scomparvero progressivamente.</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/y.jpg" rel="lightbox[pics82]" title="Auto color carta da zucchero"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/y.thumbnail.jpg" width="100" height="75" alt="Auto color carta da zucchero" class="imageframe imgalignleft" /></a>Quando oggi scegliamo una macchina color carta da zucchero (il tipico azzurro metallizzato che va tanto in voga) o compriamo una gonna color carta da zucchero forse non ci rendiamo conto che questo particolare colore è il primo colore utilizzato nel packaging e di conseguenza nel marketing e nella pubblicità. E&#8217; cominciato tutto con la carta da zucchero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="contenuto">
In inglese il color carta da zucchero è il &#8220;Powder Blue&#8221;.<br />
Esiste anche un web color corrispondente con lo stesso nome che ha questi valori:</p>
<ul><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/powderblue.jpg" width="60" height="60" alt="powderblue.jpg" class="imageframe imgalignright" /></p>
<li>Esadecimale: #B0E0E6 (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Web_color">Rif</a>)</li>
<li>RGB: (176, 224, 230)</li>
<li>HSV: (220°, 70%, 90%)</li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Powder_blue">Wikipedia inglese: Powder Blue</a></li>
</ul>
</div>
<p><!--adsense#rec3--></p>

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		<title>Storia e collezionismo di sua maestà la Matita</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 17:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;invenzione della matita e della sua industrializzazione è argomento molto ricco ed interessante, come curioso è tutto il movimento di collezionisti che gira intorno a questo importante, quanto semplice, oggetto di tutti i giorni. La matita è oggi senza alcun dubbio lo strumento più comune per scrivere e disegnare, ma non è il più antico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">L&#8217;invenzione della matita e della sua industrializzazione è argomento molto ricco ed interessante, come curioso è tutto il movimento di collezionisti che gira intorno a questo importante, quanto semplice, oggetto di tutti i giorni.</p>
<p>La matita è oggi senza alcun dubbio lo strumento più comune per scrivere e disegnare, ma non è il più antico. Furono infatti i sumeri alla fine del quarto millennio A.C. a inventare la più antica forma di scrittura conosciuta: la scrittura cuneiforme.</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/scrittura-cuneiforme.jpg" rel="lightbox[matite]" title="Scrittura cuneiforme"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/scrittura-cuneiforme.thumbnail.jpg" width="120" height="200" alt="scrittura cuneiforme" class="imageframe imgalignleft" /></a>I sumeri e gli assiro-babilonesi utilizzavano un semplice strumento metallico per incidere solitamente tavolette in argilla (prima che seccasse) o anche in pietra. Uno strumento simile era utilizzato anche dagli antichi Romani per graffiare il papiro: ero lo <em>stilo</em>, il nonno della moderna matita.</p>
<p>La matita è invenzione relativamente recente: la grafite che ne è la base fu infatti scoperta solo nel 1564.<br />
Dopo una fortissima tempesta fu scoperto un enorme giacimento di grafite pura in Borrowdale, in Inghilterra. Era il 10 settembre, data che è considerata il compleanno della matita.</p>
<p>I pastori del luogo si accorsero subito che questo nuovo misterioso minerale naturale poteva essere molto utile: cominciarono ad utilizzarlo per marchiare le loro pecore e successivamente in pezzi più minuti avvolti in lembi di tessuto o di lana per scrivere. </p>
<p>In poco tempo la grafite diventò molto famosa tra chi necessitava di un materiale con cui scrivere o disegnare e si cominciò ad inserirla tra i materiali più disparati per avere un supporto più stabile che consentisse anche di non sporcarsi le mani. La grafite pura è infatti un minerale molto morbido e che lascia una impronta molto decisa anche al minimo contatto.</p>
<p>Furono gli italiani i primi a pensare ad un contenitore in legno: Simonio e Lyndiana Bernacotti realizzarono dei progetti per la realizzazione di matite attraverso la creazione di fori in un&#8217;anima ovale di ginepro abbastanza compatta, in cui veniva poi inserita e incollata un&#8217;anima di grafite.</p>
<p>Poco dopo, nel 1762 a Nuremberg, in Germania, ebbe inizio la prima produzione industriale di matite. La fabbrica <em>Faber</em>, dal cognome del suo fondatore, ideò un processo industriale che inserisce, tra due fogli di legno di cedro poi incollati, una anima di grafite, detta poi mina. Era nata la matita moderna.</p>
<p>Nel 1795 Nicholas Jacques Conte, uno scienziato francese, inventò il procedimento di mescolare alla grafite pura anche dell&#8217;argilla per ottenere mine più &#8220;dure&#8221;: è infatti in base alla quantità di argilla contenuta nella mina che le matite sono più o meno dure e lasciano quindi segni più o meno evidenti. Le diverse quantità di argilla vennero studiate e inventate dall&#8217;austriaco Joseph Hardtmuth della Koh-I-Noor e sono a tutt&#8217;oggi in uso.</p>
<p>L&#8217;argilla era mescolata alla polvere di grafite, modellata nella forma giusta e poi fatta passare in fornace prima di essere inserita nell&#8217;adeguato astuccio di legno.</p>
<p>Ma come sono costruite esattamente le matite?</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/making22.jpg" rel="lightbox[matite]" title="Costruzione di una Matita"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/making22.thumbnail.jpg" width="119" height="282" alt="Costruzione di una Matita" class="imageframe imgalignleft" /></a>L&#8217;immagine a sinistra illustra i vari procedimenti che vengono eseguiti in fabbrica per la costruzione industriale delle matite.</p>
<p>Si parte da un blocco di cedro (1) che viene poi tagliato in assi (2). Le assi di cedro vengono poi tinte (3) e vengono praticate delle incisioni (4).<br />
In queste incisioni vengono inserite le mine (5) e viene incollata una nuova asse sopra alla precedente (6).<br />
Il sandwitch che si ottiene viene fatto passare in un tornio (7) che divide le singole matite (8) e da la forma definitiva (esagonale, tonda, quadrata, ecc.).<br />
Successivamente le matite vengono colorate e rifinite (9 e 10). Eventualmente viene anche inserito un supporto in ferro per la gomma (11) e la gomma stessa (12).</p>
<p>Hyman L. Lipman di Filadelfia ha brevettato la prima matita con gomma nel 1858. Il particolare anello di metallo che collega la gomma alla matita si chiama puntale. </p>
<p>Le prime matite prodotte industrialmente non venivano colorate in modo da mostrare la qualità del legno utilizzato, particolare al tempo molto ricercato e tenuto in grande considerazione da chi doveva acquistare una nuova matita.</p>
<p>Verso il 1890 si cominciò a colorare le matite e ad imprimere i marchi e i nomi delle aziende produttrici, fu uno delle prime forme di immagine coordinata applicata al prodotto.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/matite1.jpg" rel="lightbox[matite]" title="Matite"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/matite1.thumbnail.jpg" width="550" height="783" alt="Matite" class="imageframe imgaligncenter"  /></a></p>
<p>I produttori americani usavano al tempo grafite cinese. Quella cinese era infatti considerata la migliore al mondo e quindi gli americani cominciarono a dipingere le loro matite di giallo.<br />
In Cina il giallo è infatti un colore associato al rispetto e alla nobiltà, i produttori americani utilizzavano il giallo proprio per esprimere questa nobiltà e superiorità delle loro matite con grafite cinese.</p>
<p>Ancora oggi negli Stati Uniti (e non solo) il 75% delle matite sono gialle: la tradizione e la consuetudine sono rimaste anche se non viene quasi più utilizzata grafite cinese per le matite.</p>
<p>Le prime matite americane erano realizzate con Cedro dell&#8217;est, proveniente dal Tennessee e da altri stati del sud-est degli Stati Uniti, era un legno molto forte e resistente. Nel 1900 però i produttori di matite necessitavano di sempre più riserve di legno per la loro produzione e lo andarono a scovare dall&#8217;altra parte degli Stati Uniti, in California.<br />
Il Cedro Californiano si rivelò un legno ancora migliore per la produzione di matite ed è ancora oggi il legno più utilizzato a livello mondiale.</p>
<p>La storia della matita è comunque alquanto complicata e nelle mie ricerche ho trovato varie versioni su chi ha inventato cosa, ho cercato di riportare in questo articolo un riassunto il più veritiero possibile.</p>
<p>Ma comunque sia tutta questi complicati procedimenti ed invenzioni hanno portato fino ai giorni nostri uno degli oggetti più utilizzati e prodotti in assoluto: la matita. Ogni anno vengono prodotte miliardi di matite in tutto il mondo da centinaia di diverse fabbriche, ognuna delle quali ha storia e modelli diversi: diverse matite quindi.. migliaia, milioni di diversi modelli di matita.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/matite23.jpg" rel="lightbox[pics63]" title="Matite"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/matite23.thumbnail.jpg" width="550" height="718" alt="Matite" class="imageframe imgaligncenter" /></a></p>
<p>Tutta questa diversità e storia non poteva non fare nascere un movimento attivissimo di <em>collezionisti di matite</em>.</p>
<p>Su internet sono presenti vari siti che parlano di collezionismo di matite, con migliaia di foto accuratamente catalogate per marca, modello, uso.. insomma un universo di matite vero e proprio, dalle più antiche e rare, alle più comuni. Da quelle destinate ad usi professionali (da carpentiere, da bozzetto, ecc) a quelle più strane e assurde prodotte per scopi professionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="contenuto">
<ul>
<li><a href="http://www.pencilpages.com">The Pencil Pages</a></li>
<li><a href="http://www.brandnamepencils.com">Bob Truby&#8217;s Brand Name Pencils</a></li>
<li><a href="http://www.lionandpen.com/">Lion &#038; Pen</a></li>
<li><a href="http://www.pencils.com">Pencils.com</a></li>
<li><a href="http://www.pencilmuseum.co.uk">Il Derwent Pencil Museum in Inghilterra</a></li>
<li><a href="http://www.pencilrevolution.com/">Pencil Revolution</a></li>
<li><a href="http://www.the-pencil-place.freeserve.co.uk/index.html">The Pencil Place</a></li>
<li><a href="http://www.penciltalk.org">Pencil Talk</a></li>
<li><a href="http://timberlines.blogspot.com">Timberlines</a></li>
</ul>
</div>
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		<title>Helvetica, un documentario di Gary Hustwit</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 12:54:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un viaggio nella storia del più famoso ed utilizzato font della storia: l&#8217;Helvetica. Un documentario sulla tipografia, il graphic design e la cultura visiva nel mondo. Gary Hustwit usa la notorietà e il cinquantesimo anniversario dell&#8217;Helvetica come pretesto per arrivare ad un dialogo interessantissimo su come i caratteri influenzano le nostre vite ogni giorno. Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Un viaggio nella storia del più famoso ed utilizzato font della storia: l&#8217;Helvetica. Un documentario sulla tipografia, il graphic design e la cultura visiva nel mondo.<br />
Gary Hustwit usa la notorietà e il cinquantesimo anniversario dell&#8217;Helvetica come pretesto per arrivare ad un dialogo interessantissimo su come i caratteri influenzano le nostre vite ogni giorno.</p>

<a href='http://itomizer.com/2008/01/10/helvetica-un-documentario-di-gary-hustwit/helvetica1/' title='helvetica1'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/helvetica1-80x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="helvetica1" title="helvetica1" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2008/01/10/helvetica-un-documentario-di-gary-hustwit/smsagmeister4/' title='smsagmeister4'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/smsagmeister4-80x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="smsagmeister4" title="smsagmeister4" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2008/01/10/helvetica-un-documentario-di-gary-hustwit/smvignelli/' title='smvignelli'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/smvignelli-80x80.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="smvignelli" title="smvignelli" /></a>

<p>Un invito forte ad osservare con occhi diversi le scritte che ci guardano ogni giorno, ovunque. Attraverso una nutrita serie di interviste ai più importanti esponenti mondiali del design ci ritroviamo a guardare uno dei più bei documentari degli ultimi anni, a prescindere dall&#8217;argomento. </p>
<p>Erik Spiekermann, Matthew Carter, Massimo Vignelli, Wim Crouwel, Hermann Zapf, Neville Brody, Stefan Sagmeister, Michael Bierut, David Carson, Paula Scher.. sono solo alcuni dei professionisti che ci urlano nelle orecchie l&#8217;importanza vitale che ha la tipografia nella comunicazione e, più in generale, nel mondo moderno.</p>
<p>Un DVD da comprare, non da scaricare, perché merita i nostri soldi (oltretutto è veramente economico) e contiene anche oltre 90 minuti di contenuti extra con un&#8217;infinita serie di nuove interviste.</p>
<div class="contenuto">
Il documentario mi è piaciuto talmente tanto che ho immediatamente <a href="http://astore.amazon.co.uk/itomizer-21/detail/B000VWEFP8/202-6519764-9927000">comprato il DVD da Amazon.co.uk</a> (la succursale inglese, prezzi migliori, no dogana, spedizione veloce verso l&#8217;Italia), e partendo dai sottotitoli in inglese presenti nel DVD originale e aiutato dagli amici di <a href="http://www.d-night.it">D-Night</a> ho provveduto alla traduzione e alla creazione di sottotitoli in italiano:</p>
<blockquote>
<h2 class="contenuto-title"><a href="http://www.itomizer.com/download/helvetica.srt.zip">Sottotitoli in Italiano per<br />
Helvetica di Gary Hustwit</a></h2>
<p>(SRT File &#8211; 34Kb ZIP)
</p></blockquote>
<p>Traduzione di <a href="http://www.itomizer.com">Antonio Moro</a>,<br />
<a href="http://www.meelab.com">Domenico Catapano</a>,<br />
Dario Agosta e<br />
<a href="http://www.alienfactory.it">Davide Saraceno</a>.</p>
<p>Per utilizzare il file SRT sarà necessario chiamarlo esattamente come il file del documentario ed utilizzare un player moderno come <a href="http://www.videolan.org/vlc/">VLC Media Player</a>.
</div>
<div class="contenuto"><a href="http://astore.amazon.co.uk/itomizer-21/detail/B000VWEFP8/202-6519764-9927000"><img src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/21LjH8S+g9L._SL125_.jpg" align="left"></a>Potete <a href="http://astore.amazon.co.uk/itomizer-21/detail/B000VWEFP8/202-6519764-9927000">comprare &#8220;Helvetica&#8221;</a> o altri libri e video su Tipografia, Graphic Design, WebDesign, e tanto altro nella </p>
<h2 class="contenuto-title">
<a href="http://astore.amazon.co.uk/itomizer-21">Libreria Itomizer</a><br />
</h2>
<p>In collaborazione con Amazon.co.uk
</p></div>
<p>Trovate altre informazioni utili sul <a href="http://www.helveticafilm.com">sito ufficiale</a>.</p>
<p><!--adsense#rec1--></p>

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		<title>Il Webdesign nel Calcio</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jan 2008 09:01:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il calcio: lo sport che appassiona milioni di appassionati in tutto il mondo. Il calcio è lo sport più seguito e più ricco. I suoi tifosi sono tra i più fedeli e al tempo stesso estremi. Il &#8220;sistema calcio&#8221; come è stato chiamato tante volte negli ultimi infelici anni italiani è fatto di tantissimi tasselli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Il calcio: lo sport che appassiona milioni di appassionati in tutto il mondo. Il calcio è lo sport più seguito e più ricco. I suoi tifosi sono tra i più fedeli e al tempo stesso estremi.<br />
Il &#8220;sistema calcio&#8221; come è stato chiamato tante volte negli ultimi infelici anni italiani è fatto di tantissimi tasselli, grandi e piccoli, ma a noi ne interessa uno in particolare oggi: internet.</p>
<p><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/03/46.jpg" width="250" height="248" alt="46.jpg" class="imageframe imgalignleft" />La comunicazione è sempre più importante per una società calcistica, l&#8217;hanno capito per primi gli anglosassoni investendo capitali importanti sull&#8217;immagine e sul marketing del proprio prodotto e piano piano si stanno accodando tutti, come è giusto che sia.<br />
Parlo di prodotto perché una società, in quanto tale, è proprio questo che deve valorizzare: l&#8217;immagine e il marketing del proprio essere, l&#8217;enorme macchina organizzativa che muove persone e passioni.<br />
L&#8217;estetica del calcio è poi da sempre fortissima: colori, marchi, tradizioni, superstizioni, simboli, idoli, storia: tutto gioca a creare quell&#8217;attaccamento e quella mania calcio che fa spendere milioni di euro tutti gli anni ai consumatori-tifosi in abbonamenti, biglietti, merchandising, tessere e quant&#8217;altro.<br />
L&#8217;immagine forte è qualcosa che una squadra di calcio ha nel dna: sta alle società tirarla fuori correttamente nei vari media in cui si propone al proprio target e fare in modo di valorizzarla sempre più nel cuore dei propri tifosi. Insomma si parte avvantaggiati: valorizzare un&#8217;immagine è certo più facile che crearla da zero.<br />
Parrebbe facile insomma realizzare un buon sito internet per una società di calcio: diamine, di sicuro elementi su cui giocare non mancano! eppure.. eppure siamo ancora molto indietro con i lavori purtroppo.</p>
<p>Nelle righe che seguono andremo a vedere cosa serve ad un buon sito di una società calcistica.</p>
<p><strong>1 &#8211; SEO di base.</strong><br />
I miei tifosi devono trovarmi sui motori di ricerca, perlomeno cercando il nome della società o, quando questo coincide con il nome della città, con il nome dalla società più altre parole chiave standard tipo &#8220;calcio&#8221;, o &#8220;società calcistica&#8221;, o &#8220;sito ufficiale&#8221;, ecc.<br />
Non è necessario fare un lavoro certosino di Search Engine Optimization: non stiamo vendendo vacanze o un hotel a Milano Marittima, ma perlomeno la base è necessaria.<br />
Se è vero che per le squadre maggiori l&#8217;indirizzo internet è semplice ed ovvio (www.inter.it per esempio) non sempre questo succede per le squadre minori ed è qui che è importante il motore di ricerca. Se non ci trovano abbiamo lavorato per niente e se al posto nostro trovano un altro sito magari non ufficiale al danno si aggiunge la beffa.</p>
<p><strong>2. Immagine</strong><br />
Come detto nell&#8217;introduzione una squadra di calcio ha un&#8217;immagine forte di base: pensiamo ai colori sociali, allo scudetto societario (quasi sempre insospettabilmente bello), alla propria storia societaria, alle proprie icone (allenatori, giocatori storici, presidenti, ecc) insomma alla tradizione.<br />
Riflettere tutto questo esteticamente nel sito è fondamentale. Partire dai colori societari è ovvio quanto scontato, ma non bisogna cadere nell&#8217;esagerazione come spesso accade.<br />
Svecchiare il proprio marchio senza stravolgerlo (eresia!) in modo da renderlo più moderno, leggibile ed usabile è un&#8217;altra buona idea.<br />
Creare o ripescare altri simboli, stilemi, marchi storici dal passato è uno spunto in più che offre nuove frontiere al design e dà quel senso di tradizione che risulta fondamentale in questi casi.<br />
Attenzione però: quando gli spunti sono pochi è difficile, quando sono troppi lo è ancora di più.</p>
<p><strong>3. Usabilità ed accessibilità</strong><br />
Stiamo pur sempre parlando di un sito internet. Se un sito non è usabile allora state buttando via il vostro tempo e ne farete buttare ai vostri visitatori. Non servono interfacce super innovative per il sito di una società di calcio. Serve chiarezza e semplicità: siamo nell&#8217;era del web 2.0 e la lezione che è arrivata su tanti siti oggi online vale in particolar modo per il segmento che stiamo guardando oggi. L&#8217;accessibilità del sito è altresì importante, non tanto per rispettare la benedetta legge Stanca, ma perché si creano dei paletti e delle attenzioni che altrimenti si dimentica troppo spesso. E&#8217; per esempio infatti vero che se un sito è ben leggibile ad un ipovedente di sicuro uno che ci vede bene non lo disdegnerà, tutt&#8217;altro.<br />
Finezze come la gestione della dimensioni dei caratteri, la possibilità di stampare correttamente la pagina o di inviarla ad amici potenzialmente interessati, feed RSS e ancora compatibiltà multipiattaforma e multibrowser.. sono tutti aspetti che un sito di contenuto come quello di una società di calcio deve valutare ed implementare.<br />
La presenza poi di più lingue è indispensabile per le grandi società che giocano su platee internazionali e magari hanno molti tifosi all&#8217;estero.</p>
<p><strong>4. Contenuti</strong><br />
Perché un tifoso viene sul sito della propria squadra del cuore? i motivi possono essere tanti, ma uno tra tutti è perché vuole informarsi.<br />
Possono essere le ultime novità e comunicati ufficiali (da mettere in risalto in homepage) oppure più semplicemente vuole scoprire la storia della società e tutte quelle curiosità che solo &#8220;da dentro&#8221; possono essere raccontate.<br />
Non bastano quattro righe e una data per raccontare la storia di una squadra di calcio: si deve scrivere per internet intelligentemente. Brevi paragrafi che suscitino interesse nel lettore, correlati ad altri argomenti, pensiamo a come per esempio la storia, l&#8217;albo d&#8217;oro e i grandi personaggi di una società possono convivere e intersecarsi in un ipertesto. Siamo su internet, non su un libro, sfruttiamone le potenzialità invece che accentuarne i difetti.<br />
Il sito deve offrire contenuti pensati per il proprio target ed esclusivi: contenuti che uno non si aspetta magari di trovare, ma che non può trovare da altre parti perché strettamente legati al soggetto.<br />
Inutile per esempio presentare dati o news generiche sul mondo del calcio: per questo ci sono le decine di siti generalisti che popolano la rete, puntiamo sul nostro.</p>
<p><strong>5. Marketing</strong><br />
Vendere, vendere, vendere. Abbiamo un prodotto? lo abbiamo valorizzato? è il momento di lanciarlo sul mercato in tutte le possibilità che internet ci da. Che senso ha replicare la campagna abbonamenti online se non do l&#8217;opportunità al mio visitatore di concludere il desiderio che gli ho fatto nascere direttamente online, ora e subito? si possono creare e-commerce interni per abbonamenti e biglietti oppure affidarsi ai tanti player esterni, ma è necessario dare la possibilità ai propri tifosi di acquistare online se lo desiderano.<br />
Il merchandising: quando unisci storia e immagine forte con un e-commerce online hai un punto vincente. Le divise, le tute, i gadget, tutto lo sconfinato memorabilia che si può creare.. sembra incredibile che non tutte le società di calcio non sfruttino già l&#8217;opportunità fortissima di business che internet gli offre su un piatto d&#8217;argento.</p>
<p><strong>6. Comunity</strong><br />
Fare comunity è difficile, ma quando si è una squadra di calcio con migliaia o milioni di appassionati al seguito lo è un po&#8217; meno.<br />
Vanno create quindi aree dedicate ai propri tifosi che renda l&#8217;idea di famiglia e di contenuto esclusivo. Si fa con i forum e le chat, con moderatori che animino le discussioni, eventi online particolari (la chat con un campione per esempio), contenuti esclusivi particolari come video e foto, si deve dare un senso di appartenenza e di congregazione.<br />
Fare un forum ed abbandonarlo a se stesso può essere una pericolosa arma a doppio taglio: non c&#8217;è niente di peggio di un forum deserto o con contenuti indesiderati.<br />
Insomma il tutto va seguito fortemente e va enormemente valorizzato: è la comunity che si crea online il vero traino al traffico e a tutto il sito se ben realizzata e gestita.</p>
<p>Detto questo andate a visitare il sito della vostra squadra del cuore: in cosa hanno sbagliato? dove invece hanno lavorato bene? cosa vorreste che non c’è?</p>
<p><!--adsense#rec1--></p>

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		<title>La Olivetti Valentine di Ettore Sottsass</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Dec 2007 12:36:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La macchina da scrivere Olivetti Valentine nasce nel 1968, per poi essere messa in produzione l&#8217;anno successivo (1969), dal progetto di Ettore Sottsass jr.(e Perry A. King) che gli valse il Premio Compasso d&#8217;oro nel 1970. Conosciuta in Italia come la Rossa Portatile per via del suo caratteristico colore, è in realtà stata prodotta anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">La macchina da scrivere Olivetti Valentine nasce nel 1968, per poi essere messa in produzione l&#8217;anno successivo (1969), dal progetto di Ettore Sottsass jr.(e Perry A. King) che gli valse il Premio Compasso d&#8217;oro nel 1970.</p>

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<p>Conosciuta in Italia come la <em>Rossa Portatile</em> per via del suo caratteristico colore, è in realtà stata prodotta anche in bianco (solo in Italia), in verde (Germania) e in blu (Francia), colori che sono però ad oggi praticamente introvabili.</p>
<p>La Valentine era considerata trasgressiva non solo perché &#8220;rompeva&#8221; con la tradizione olivettiana, ma anche per lo stile di vita introdotto: la Valentine, infatti, faceva un appello al nuovo e alla moda, non a caso nasce l&#8217;anno successivo alla contestazione studentesca, al grande maggio parigino, il maggio della &#8220;immaginazione al potere&#8221;.</p>
<p>La sua caratteristica principale era la portabilità: mentre nelle vecchie macchine da scrivere il contenitore era a parte o non presente, nella Valentine la macchina stessa diventa contenitore: il retro della Valentine era infatti nient&#8217;altro che il coperchio e manico da trasporto e bastava togliere la copertura-guscio in resistente ABS per accedere immediatamente alla macchina stessa.</p>
<p>Sottsass non solo progettò il design della Valentine,</p>
<blockquote><p>&#8220;pensata come una nuova penna biro, un oggetto da pochi soldi pronto per essere venduto anche nei mercati di paese&#8221;</p></blockquote>
<p>ma ne pensò anche la prima campagna pubblicitaria, riportiamo uno stralcio del primo progetto:</p>
<div class="contenuto">&#8220;il discorso pubblicitario destinato ad accompagnare sui diversi mercati il lancio della nuova portatile Valentine è stato concepito in termini il più possibile correnti con<br />
1) le caratteristiche obiettive della macchina e<br />
2) il tipo dei suoi possibili acquirenti.<br />
Il tono scherzoso dei testi e la grafica dei bozzetti, destinati ad inserzioni per periodici, vogliono infatti corrispondere in qualche modo al design e al colore stesso della macchina e, insieme, al gusto presumibile in quelle persone che dovrebbero, anche sulla base di precisi sondaggi , preferire una portatile come la Valentine a una portatile più tradizionale: persone giovani o di sensibilità giovanile, aperte all&#8217;appello del nuovo e della moda.<br />
A questo fine si è ritenuto opportuno orientarsi verso un messaggio soft-selling che è giustificato anche dalla necessità di puntare, più che sulle meccaniche e d&#8217;uso, sull&#8217;immagine generale del prodotto. Si è voluto, insomma, creare soprattutto un&#8217;immagine Valentine, che prevalesse anche sull&#8217;immagine globale della Olivetti&#8221;</div>
<p>Per la campagna pubblicitaria furono chiamati artisti del calibro di Roberto Pieraccini, Milton Glaser e lo stesso Sottsass.</p>
<p>Le pubblicità che nacquero dal connubio tra il nuovo concetto Valentine e la spinta creativa e innovativa di Sottsass sono tra le più moderne dell&#8217;epoca, ancora attualissime, introducono il prodotto in primo piano, nella sua essenza, inserito tra la gente (il suo target) o in quadri famosi e non si allineano allo standard dell&#8217;epoca di inserire semplicemente una serie fredda di dati tecnici.</p>
<p>La Valentine, interamente costruita in ABS (Acrylonitrile Butadiene Styrene) lucido, cioè in pratica plastica, presenta un design moderno sia nelle linee che nei materiali: l&#8217;uso della plastica negli anni settanta è infatti un messaggio chiaro di modernità, un materiale nuovo per un oggetto nuovo. Al tempo stesso questa voglia di novità è contemporanea, come detto al momento, politico e sociale, di rinnovamento generale.</p>
<p>La Valentine è insomma uno degli oggetti di design che più ha caratterizzato quel periodo storico ed in generale la storia del design italiano del ventesimo secolo. L&#8217;importanza della Valentine è ulteriormente sottolineata dalla sua presenza dagli inizi degli anni settanta nella collezione permanente del Museun of Modern Art (MoMA) di New York.</p>
<p>E&#8217; possibile acquistare una Valentine online, in vari negozi come per esempio <a href="http://www.mytypewriter.com">MyTyperWriter.com</a> (a prezzi altini però) oppure sul classico <a href="http://www.ebay.it">eBay</a> dove con la dovuta pazienza si possono fare buoni affari.<br />
La Valentine è in ogni caso una delle Olivetti e in generale delle macchine da scrivere, più ricercate in rete per cui non aspettatevi certo di vincere un&#8217;asta ad un euro.</p>
<p>Riportiamo un articolo di &#8220;Notizie Olivetti&#8221; del 1969 che presentava la nuova nata della famiglia Olivetti.</p>
<div class="contenuto">
VALENTINE, NUOVA PORTATILE<br />
Da un articolo di Notizie Olivetti, 1969 </p>
<p>Valentine. È la nuova macchina per scrivere portatile che la Olivetti sta lanciando in questi mesi sul mercato mondiale: nuova soprattutto per la forma, per la soluzione tecnica della custodia, per il tipo di campagna pubblicitaria che l&#8217;accompagna. </p>
<p>Anche da un punto di vista industriale la Valentine costituisce l&#8217;espressione di una nuova politica; è prodotta nello stabilimento di Barcellona, divenuto il centro principale di produzione di tutti i modelli di macchine per scrivere portatili, per tutti i mercati, compreso quello italiano. </p>
<p>La forma. È stata scelta dai designer una linea decisamente diversa da quella tradizionale delle altre nostre portatili (caratterizzate da linee continue, raccordate). La tastiera si stacca dal resto della macchina in maniera netta, resa ancora più evidente dall&#8217;accostamento dei colori rosso e nero, in modo da fare dello strumento di scrittura un &#8220;oggetto&#8221; atto a farsi notare, ad essere utilizzato anche da un pubblico meno professionalmente motivato alla scrittura meccanica. </p>
<p>La Valentine ha una custodia, anch&#8217;essa rossa, a forma di scatola, in cui si infila tenendola per la maniglia posta sul retro della macchina stessa. La campagna pubblicitaria per il lancio della Valentine è stata ideata tenendo conto che la macchina vuol essere un prodotto di largo consumo.<br />
Ecco il perché dei grandi manifesti nelle vie della città, nelle metropolitane, nelle stazioni ferroviarie: degli avvisi sulle riviste popolari; dei brevi film destinati al cinema.</p>
<p>Il designer della Valentine, Ettore Sottsass jr. ha coordinato tutte le componenti della campagna pubblicitaria, realizzata dai vari nostri uffici tecnici. A Sottsass abbiamo chiesto di dirci qualcosa sui significati concettuali della Valentine.</p>
<p>&#8220;La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello, voglio dire queste cose alle quali si bada e non si bada, queste cose che vanno e vengono, queste cose che tendiamo a smitizzare sempre di più, perché non andiamo più a farci fare i vestiti in Bond Street e in fondo neanche dal sarto sotto casa, ma abbiamo la forte tendenza ad andarli a cercare fra i residuati di eserciti più o meno in disarmo e ad ogni modo abbiamo la forte tendenza a comperarli in posti dove si fa presto, dove i gesti diventano sempre più scorrevoli e sganciati, dove ci sentiamo sempre meno condizionati forse per lasciare che poi l&#8217;impegno o gli impegni si dirigano verso altre zone o altri problemi.</p>
<p>La Valentine l&#8217;abbiamo disegnata pensando un po&#8217; a queste cose e pensando che una biro, un cappello, una giacca, una portatile possono anche far parte, ad un certo punto, di un tipo di ritmo, di un catalogo di valori, di una misura di spazi o di ambienti che non siano inevitabilmente quelli della proprietà, del sussiego, della continuità, della definizione e tutte queste cose, ma possono anche essere gli ambienti, gli spazi, i ritmi, le dimensioni e i valori di una continua creatività, della permanente sconfessione e ricreazione dei linguaggi, di un permanente spostamento degli equilibri e alla fine di una specie di permanente gioco di strizzatine d&#8217;occhio, di strette di mano, di passaggi di idee, di proposte.&#8221;</p>
<p>Continua Sottsass: &#8220;la Valentine ha finito per essere un oggetto rosso fatto con una materia sufficientemente moderna e popolare, con un disegno sufficientemente moderno ma anche sufficientemente popolare, un oggetto da essere situato con relativo successo in tutti i posti, ma anche abbastanza aggressivo e anche abbastanza preciso nella sua formulazione da suscitare intorno a sè reazioni di apertura piuttosto che di chiusura, voglio dire che dove c&#8217;è si vede e quando c&#8217;è suscita intorno una catena di spostamenti ottici e psichici che mettono tutti nella condizione (restando naturalmente dentro nei limiti di questi problemi) di ricominciare da capo la sistemazione delle cose: voglio dire che bene o male questo oggetto rosso, abbastanza aggressivo e popolare, diventa un po&#8217; un catalizzatore di azioni e di movimenti.</p>
<p>Dato che ci hanno chiesto di pensare a disegnare anche l&#8217;annuncio di questo prodotto, abbiamo cercato di fare qualcosa che rappresentasse e spiegasse queste idee, e siamo andati a mettere la Valentine in più posti possibili per vedere come si comportava e cosa succedeva intorno e abbiamo fatto un sacco di fotografie.</p>
<p>Così dopo un po&#8217; siamo venuti in possesso di una grossa documentazione, una specie di reportage del viaggio fatto fra la gente da un oggetto invece che da una persona, e non è neanche andata poi tanto male, perché tutti erano abbastanza contenti di giocare con questa Valentine e di starle insieme e per il resto anche lei, questo oggetto rosso, finiva per confondersi abbastanza bene con le cose che già ci sono nel mondo, le cose naturali e le cose artificiali che fanno questa gran confusione nella quale viviamo.</p>
<p>C&#8217;è ancora da dire che forse tutta la grafica con la quale abbiamo annunciato la Valentine, non è perfetta: forse si scosta molto dalla antica, famosa, favolosa, classica impostazione della Olivetti, ma spero ci sarà perdonata la presunzione &#8211; che certo non è irriverenza &#8211; per aver tentato un&#8217;apertura verso i nuovi tempi e anche verso la nuova struttura dei programmi dell&#8217;industria che affronta ogni giorno responsabilità più vaste e società più coscienti.<br />
Forse si potrà continuare a fare cose sempre meno peggio se la fortuna ci assiste. E poi mi sembra importante di dire che a disegnare questo oggetto mi hanno aiutato anche Albert Leclerc e Perry King.&#8221;</p></div>
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		<title>Triennale Design Museum</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Dec 2007 22:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo un travaglio infinito di oltre cinquanta anni è stato da poco inaugurato presso la Triennale di Milano il nuovo Design Museum, o meglio, il Museo Italiano del Design. Ho letto in giro vari commenti, ma credo che il servizio migliore per prima cosa sia la pubblicazione di una gallery fotografica, in modo che tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Dopo un travaglio infinito di oltre cinquanta anni è stato da poco inaugurato presso la <a href="http://www.triennale.it/">Triennale di Milano</a> il nuovo Design Museum, o meglio, il <a href="http://www.triennaledesignmuseum.it/">Museo Italiano del Design</a>.<br />
Ho letto in giro vari commenti, ma credo che il servizio migliore per prima cosa sia la pubblicazione di una gallery fotografica, in modo che tutti possano valutare se il museo è potenzialmente interessante senza doversi imbarcare prima in un viaggio verso Milano. Mi sono quindi armato di macchina fotografica e ho preso il mio bel treno: destinazione Milano, Palazzo della Triennale.</p>
<p>Sapevo che il museo era stato costruito dentro alla Triennale, ma durante il viaggio non potevo non chiedermi dove fosse stato trovato il posto. Sono stato tante volte alla Triennale: è un bellissimo palazzo con tante mostre temporanee a rotazione, una bella libreria e un bel café dall&#8217;arredamento invidiabile.. ma non riuscivo ad immaginare spazio sufficiente per creare un interno nuovo museo in qualche sua sala ancora &#8220;sguarnita&#8221;.</p>
<p>Durante il viaggio in treno mi sono addirittura immaginato che avessero costruito un nuovo edificio comunicante con il Palazzo della Triennale: cavoli parliamo del Museo del Design, in Italia, solo a pensare a tutte le cose che ci si potrebbero mettere dentro mi stava venendo mal di testa.</p>
<p>Arrivato al Palazzo della Triennale ho subito scartato l&#8217;ipotesi architettonica: niente cantieri, niente nuovi palazzi. Magari allora è qua vicino, vado dentro a chiedere dove, mi son detto. Ma già le affissioni e bandiere giganti all&#8217;ingresso della Triennale non lasciavano più dubbi: dentro alla Triennale in questi giorni c&#8217;è la mostra di Linch, la mostra sugli anni settanta.. e il museo del design.</p>
<p>Magari espongono tutto in scala ridotta ho pensato, ma l&#8217;ipotesi Gulliver non era propriamente credibile. Dopo essermi accreditato (altrimenti col piffero che fate delle foto dentro la Triennale.. ma questa è tutta un&#8217;altra polemica di cui prima o poi parleremo) ho chiesto dove fosse il museo. &#8220;Al piano di sopra&#8221; mi hanno risposto. &#8220;Ma non c&#8217;è la mostra sugli anni settanta su?&#8221;, &#8220;si, di fronte c&#8217;è il museo del design&#8221;.</p>
<p>Salgo le scale vedo di fronte a me la mostra sugli anni settanta.. tiro fuori la mia reflex e subito arriva il servizio interno a farmi notare che non si può fotografare (ma si che li vendete lo stesso i cataloghi su!).. mostro il pass press e chiedo dove sia il museo.</p>
<p><em>&#8220;dietro di lei&#8221;</em></p>
<p>Mi sembrava di ricordare non ci fosse nulla. E infatti non c&#8217;era. mi giro e vedo che è stato costruito un <em>ponte</em>.<br />
Come si vede dalla primissima foto è stato costruito un ponte che va verso un&#8217;ala del palazzo della Triennale a me sconosciuta (ma magari non ho capito niente e c&#8217;era anche prima, di sicuro il ponte non c&#8217;era).</p>
<p>Attraverso il bel ponte ed entro nel nuovissimo Museo italiano del Design. Bello.</p>
<p>La prima impressione che hai è &#8220;tantarobba&#8221;. La seconda è &#8220;accendete la luce&#8221;.</p>
<p>Il museo è infatti in una penombra abbastanza noiosa, spezzata da numerosi proiettori: l&#8217;allestimento è infatti curato in collaborazione con sette grandi registi: Silvio Soldini, Ermanno Olmi, Mario Martone, Antonio Capuano, Davide Ferrario, Daniele Lucchetti e Pappi Corsicato.<br />
Sono state create sette video installazioni incentrate su altrettante &#8220;ossessioni&#8221; del Design italiano. </p>
<p>Per mia grande gioia il museo è dotato di ampi e comodi <em>&#8220;salotti defaticanti&#8221;</em>, in pratica enormi e lunghissimi divani, su cui puoi sederti per guardare le video installazioni.</p>
<p>Dentro non c&#8217;è <em>tutto</em>, ma c&#8217;è molto, moltissimo. </p>
<p>Avevo letto in giro che mancavano le etichette didascaliche vicino al materiale esposto: non so i primi giorni, ma lo scorso sabato erano installati dei bei monitor da pochi pollici che spiegavano con foto e testi ogni oggetto esposto, molto bello.</p>
<p>Lo spazio è tiranno, me l&#8217;aspettavo, sono stato in parte sorpreso (dal ponte e dalle dimensioni del Palazzo della Triennale, inaspettate), ma rimane comunque il fatto che per il Museo italiano del Design mi aspettavo molto, molto più spazio: perché per esempio farlo dentro alla Triennale e non in un palazzo apposito? Certo dalle mie parti si dice &#8220;piuttosto che niente è meglio piuttosto&#8221;.</p>
<p>Interessante poi l&#8217;idea di un museo non statico che si rinnova ogni 12 o 18 mesi nei temi, negli allestimenti e negli oggetti&#8230; certo visto lo spazio a disposizione immagino sia più una scelta logistica che di concetto.</p>
<p>La cosa che mi da più fastidio di questo nuovissimo allestimento oltre agli spazi che obbligano l&#8217;accumulo in spazi angusti (o addirittura in esterno, fuori dalle finestre!) degli oggetti esposti è la penombra con effetto cinema a cui si è sottoposti.<br />
Immaginate un museo in penombra con svariate video installazioni multicolore che girano a ripetizione: l&#8217;effetto coreografico delle luci multicolore è assicurato, ma la concentrazione verso il contenuto vero, gli oggetti esposti, si perde inevitabilmente. </p>
<p>L&#8217;osservatore, il visitatore, è troppo distratto. O almeno io lo sono stato. Sarò un retrogrado, ma avrei preferito un allestimento luminoso e minimale, incentrato sugli oggetti: se hai a disposizione la storia del design italiano non devi fare l&#8217;errore di costruire un allestimento che offusca il contenuto.</p>
<p>Concludendo il Museo del Design Italiano vale comunque una visita, se non altro ora che ai primi centomila visitatori viene &#8220;regalato&#8221; (negli 11 euro dell&#8217;ingresso non certo economico) un bellissimo numero monografico dell&#8217;Europeo sulla storia del design italiano.</p>

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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum2/' title='DesignMuseum2'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum2" title="DesignMuseum2" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum4/' title='DesignMuseum4'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum4" title="DesignMuseum4" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum5/' title='DesignMuseum5'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum5-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum5" title="DesignMuseum5" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum33/' title='DesignMuseum33'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum33-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum33" title="DesignMuseum33" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum34/' title='DesignMuseum34'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum34-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum34" title="DesignMuseum34" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum39/' title='DesignMuseum39'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum39-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum39" title="DesignMuseum39" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum44/' title='DesignMuseum44'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum44-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum44" title="DesignMuseum44" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum54/' title='DesignMuseum54'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum54-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum54" title="DesignMuseum54" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum56/' title='DesignMuseum56'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum56-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum56" title="DesignMuseum56" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum57/' title='DesignMuseum57'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum57-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum57" title="DesignMuseum57" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum58/' title='DesignMuseum58'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum58-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum58" title="DesignMuseum58" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum59/' title='DesignMuseum59'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum59-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum59" title="DesignMuseum59" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum60/' title='DesignMuseum60'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum60-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum60" title="DesignMuseum60" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum61/' title='DesignMuseum61'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum61-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum61" title="DesignMuseum61" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum62/' title='DesignMuseum62'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum62-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum62" title="DesignMuseum62" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum63/' title='DesignMuseum63'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum63-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum63" title="DesignMuseum63" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum64/' title='DesignMuseum64'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum64-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum64" title="DesignMuseum64" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum65/' title='DesignMuseum65'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum65-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum65" title="DesignMuseum65" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum66/' title='DesignMuseum66'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum66-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum66" title="DesignMuseum66" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum67/' title='DesignMuseum67'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum67-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum67" title="DesignMuseum67" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum68/' title='DesignMuseum68'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum68-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum68" title="DesignMuseum68" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum69/' title='DesignMuseum69'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum69-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum69" title="DesignMuseum69" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum70/' title='DesignMuseum70'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum70-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum70" title="DesignMuseum70" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum71/' title='DesignMuseum71'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum71-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum71" title="DesignMuseum71" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum72/' title='DesignMuseum72'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum72-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum72" title="DesignMuseum72" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum73/' title='DesignMuseum73'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum73-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum73" title="DesignMuseum73" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum74/' title='DesignMuseum74'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum74-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum74" title="DesignMuseum74" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum75/' title='DesignMuseum75'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum75-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum75" title="DesignMuseum75" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum76/' title='DesignMuseum76'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum76-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum76" title="DesignMuseum76" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum77/' title='DesignMuseum77'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum77-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum77" title="DesignMuseum77" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum78/' title='DesignMuseum78'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum78-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum78" title="DesignMuseum78" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum79/' title='DesignMuseum79'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum79-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum79" title="DesignMuseum79" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum80/' title='DesignMuseum80'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum80-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum80" title="DesignMuseum80" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum81/' title='DesignMuseum81'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum81-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum81" title="DesignMuseum81" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum82/' title='DesignMuseum82'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum82-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum82" title="DesignMuseum82" /></a>
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<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum84/' title='DesignMuseum84'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum84-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum84" title="DesignMuseum84" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum85/' title='DesignMuseum85'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum85-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum85" title="DesignMuseum85" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum86/' title='DesignMuseum86'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum86-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum86" title="DesignMuseum86" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum87/' title='DesignMuseum87'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum87-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum87" title="DesignMuseum87" /></a>
<a href='http://itomizer.com/2007/12/18/triennale-design-museum/designmuseum88/' title='DesignMuseum88'><img width="80" height="80" src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/DesignMuseum88-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="DesignMuseum88" title="DesignMuseum88" /></a>

<p>Questo reportage è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://www.designerblog.it/post/1977/triennale-design-museum-reportage-fotografico">DesignerBlog</a>.</p>
<p><!--adsense#rec1--></p>

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		<title>Leopard Transparent Dock</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 04:34:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://itomizer.com/2007/12/23/leopard-transparent-dock/</guid>
		<description><![CDATA[Instructions to have a transparent dock in OS X Leopard. 1. Go to this folder: MacitoshHD/System/Library/CoreServices/Dock 2. Right click it and choose: Show Package Contents 3. Go to this folder: /Contents/Resources 4. Locate and backup this files: frontline.png scurve-l.png scurve-m.png scurve-sm.png scurve-xl.png 5. Delete the files (enter administrator password to delete) 6. Copy the files [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Instructions to have a transparent dock in OS X Leopard.</p>
<p><script src="http://digg.com/tools/diggthis.js" type="text/javascript"></script></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/1809486175_d5f0a6b7b8_o.jpg" rel="lightbox[pics50]" title="Leopard Transparent Dock"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/2008/01/1809486175_d5f0a6b7b8_o.thumbnail.jpg" width="550" height="380" alt="Leopard Transparent Dock" class="imageframe imgaligncenter" /></a></p>
<p>1. Go to this folder:</p>
<div class="codice">MacitoshHD/System/Library/CoreServices/Dock </div>
<p>2. Right click it and choose: </p>
<div class="codice">Show Package Contents</div>
<p>3. Go to this folder:</p>
<div class="codice">/Contents/Resources</div>
<p>4. Locate and backup this files:</p>
<div class="codice">
<ul>
<li>frontline.png</li>
<li>scurve-l.png</li>
<li>scurve-m.png</li>
<li>scurve-sm.png</li>
<li>scurve-xl.png</li>
</ul>
</div>
<p>5. Delete the files (enter administrator password to delete)</p>
<p>6. Copy the files from this archive:</p>
<blockquote><p>
• <a href="http://www.itomizer.com/download/leotrasparentdock.zip">www.itomizer.com/download/leotrasparentdock.zip</a><br />
• <a href="http://www.mediafire.com/?mhhmtvmmwjt">Mirror on MediaFire</a>
</p></blockquote>
<p>to the original location (enter administrator password to copy there).</p>
<p>7. Open the Terminal (Terminal.app in your application folder) and write: </p>
<div class="codice">killall Dock</div>
<p>8. ENJOY!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><!--adsense#rec3--></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 class="post-title">No Reflection Method:</h2>
<p>to disable the reflection effect type this in Terminal:<br />
(everything in a single line, here it&#8217;s in two lines of code due to the column width of this page)</p>
<div class="codice">defaults write com.apple.dock no-glass -boolean YES</div>
<p>and then again:</p>
<div class="codice">killall Dock</div>
<p>If you don&#8217;t like the white borders you can replace them by using the files in this package:</p>
<blockquote><p>
<a href="http://www.itomizer.com/download/noreflection.zip">www.itomizer.com/download/noreflection.zip</a>
</p></blockquote>
<p>Use the same method to replace the files and then kill the dock again to refresh the new look.</p>
<p>If you want your borders back here&#8217;s a backup of the files you have deleted:</p>
<blockquote><p>
<a href="http://www.itomizer.com/download/noreflection_backup.zip">www.itomizer.com/download/noreflection_backup.zip</a>
</p></blockquote>
<p>Feel free to leave a comment here with suggestions or new png packs you have created. Thanks for the support.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><!--adsense#rec2--></p>
<p>&nbsp;</p>

<p><a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/XxteXQd0KNHhcYuD9dKZusebWJ4/0/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/XxteXQd0KNHhcYuD9dKZusebWJ4/0/di" border="0" ismap="true"></img></a><br/>
<a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/XxteXQd0KNHhcYuD9dKZusebWJ4/1/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/XxteXQd0KNHhcYuD9dKZusebWJ4/1/di" border="0" ismap="true"></img></a></p><div class="feedflare">
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		<title>La storia dei casinò</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jan 2007 15:48:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[blackjack]]></category>
		<category><![CDATA[Campione d'italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Las Vegas]]></category>
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		<category><![CDATA[Saint Vincent]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[venezia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il termine casino deriva dell&#8217;italiano ed indicava, prima di assumere le connotazioni odierne, una residenza dedicata all’intrattenimento dei clienti. Partiti come fenomeni privati e per lo più circoscritti a piccole comunità, a partire dal 1800 queste strutture hanno assunto le dimensioni di luoghi pubblici o aperti al pubblico, dove praticare il gioco d’azzardo e risale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Il termine casino deriva dell&#8217;italiano ed indicava, prima di assumere le connotazioni odierne, una residenza dedicata all’intrattenimento dei clienti. Partiti come fenomeni privati e per lo più circoscritti a piccole comunità, a partire dal 1800 queste strutture hanno assunto le dimensioni di luoghi pubblici o aperti al pubblico, dove praticare il gioco d’azzardo e risale a questo periodo l’uso del termine nell’accezione moderna.</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/casino.jpeg" rel="lightbox[396]"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/casino-300x187.jpg" alt="" title="casino" width="200" style="float:left; margin-right:10px;" class="alignleft size-medium wp-image-398" /></a></p>
<p>L’esempio più importante di questi luoghi sono i saloon americani in voga nel Far West, che tanto hanno colpito e continuano a colpire l’immaginario collettivo. In realtà il gioco d’azzardo negli Stati Uniti venne vietato con la prima legislazione unitaria fino ai primi anni venti, quando la città di Las Vegas ottenne la concessione alla gestione del gioco e cominciarono ad apparire i primi casino come li conosciamo oggi. Naturalmente la regolamentazione dei giochi è di molto successiva, se si pensa che ancora verso i primi del Novecento, la <a href="http://casinotop10.it/roulette.shtml">roulette</a> dovette essere perfezionata per evitare gli imbrogli che erano molto frequenti.</p>
<p>E’ comunque dalla società americana che ha avuto inizio l’ascesa dei casino come luoghi di intrattenimento privilegiato; basti pensare all’evoluzione ed all’espansione della città di Las Vegas per rendersi conto dell’importanza di questo fenomeno. Anche in Europa queste istituzioni, che nel frattempo ricevevano una iniziale regolamentazione, cominciarono ad instaurarsi; fu sicuramente Montecarlo il centro più importante per il gioco d’azzardo in Europa, seguito dalle case da gioco italiane. Il casino di Sanremo è stato il primo ad essere inaugurato nel 1905, seguito da quelli di Venezia, Campione d’Italia e Saint Vincent.</p>
<p><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/main.jpeg" rel="lightbox[396]"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/main-300x203.jpg" alt="" title="main" width="200" style="float:right; margin-left:10px;"  class="alignleft size-medium wp-image-399" /></a></p>
<p>Molto più recente è la nascita dei casino online, datata 1996; tuttavia questi luoghi virtuali hanno ottenuto un successo straordinario in poco meno di un decennio ed attualmente sono gli unici a non risentire delle flessioni dovute alla crisi economica. Il primo dei <a href="http://casinotop10.it/">casino online italiani</a> offriva i classici giochi come il <a href="http://casinotop10.it/flash-casino/blackjack-gratis.shtml">blackjack gratis</a> ed i dadi, ma da allora anche l’offerta si è notevolmente ampliata di pari passo con l’evoluzione tecnologica. Una piccola curiosità: fino ad oggi ancora non ci sono casino nel Sud Italia nonostante rappresentino un’importante fonte d’investimento.</p>

<p><a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Tf_yJHdwRjAMQaFwRkVyPNmIxVM/0/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Tf_yJHdwRjAMQaFwRkVyPNmIxVM/0/di" border="0" ismap="true"></img></a><br/>
<a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Tf_yJHdwRjAMQaFwRkVyPNmIxVM/1/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Tf_yJHdwRjAMQaFwRkVyPNmIxVM/1/di" border="0" ismap="true"></img></a></p><div class="feedflare">
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		<title>La Storia del Poker</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jan 2007 09:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>itomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il gioco del poker ha una lunghissima storia. Un gioco tedesco chiamato &#8220;pochen&#8221; (vantarsi), da cui il Poker ha preso il nome, comparve in letteratura per la prima volta nel 1829, ma i primi precursori del poker risalgono ad oltre 400 anni fa. Il pochen tedesco si evolve attraverso piccoli cambiamenti nel gioco francese del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="dropcap-first">Il gioco del poker ha una lunghissima storia. Un gioco tedesco chiamato &#8220;pochen&#8221; (vantarsi), da cui il Poker ha preso il nome, comparve in letteratura per la prima volta nel 1829, ma i primi precursori del poker risalgono ad oltre 400 anni fa.</p>
<div class="image_left"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/history-of-poker.jpeg" rel="lightbox[381]"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/history-of-poker-300x183.jpg" alt="" title="Storia del Poker" width="300" height="183" class="alignleft size-medium wp-image-383" /></a></div>
<p>Il pochen tedesco si evolve attraverso piccoli cambiamenti nel gioco francese del &#8220;poque&#8221; (ingannare).. che venne poi portato negli Stati Uniti in cui ebbe un enorme successo e cambiò ulteriormente nome in &#8220;poker&#8221;.</p>
<p>Il poker americano nacque a New Orleans: il gioco fu menzionato per la prima volta nel 1805, veniva giocato con un mazzo di 20 carte da 4 giocatori che scommettevano su chi aveva la combinazione vincente.</p>
<p>Nel 1840 fu approvato in America il mazzo completo di 52 carte. </p>
<p>Attorno al 1840 le carte furono portate alle attuali 52 e una decina di anni dopo fu introdotta la regola del cambio delle carte per rendere il gioco ancora più avvincente e potere così alzare la posta in gioco.</p>
<p>Poco dopo si decise di aggiungere anche le scale e il colore tra le combinazioni vincenti accettate.</p>
<p>Durante la guerra civile americana (1865) si hanno numerose aggiunte e le prime varianti, cio diversi tipi di <a href="http://www.italiapoker.it/gioco-poker.php">giochi di poker</a> (draw poker, stud poker e community card poker, etc).. si crearono decine di varianti tra cui anche il &#8220;razz&#8221; (in cui vince il punto più basso) o lo Hi-Lo (in cui a vincere il piatto sono 2 o più giocatori).</p>
<p>Furono proprio i militari americani a diffondere il gioco negli altri continenti negli anni seguenti.</p>
<div class="image_right"><a href="http://itomizer.com/wp-content/uploads/TxHoldem.jpeg" rel="lightbox[381]"><img src="http://itomizer.com/wp-content/uploads/TxHoldem-300x300.jpg" alt="" title="Texas Holdem" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-391" /></a></div>
<p>A inizio novecento il Seven-Card Stud raggiunse il suo apice. All&#8217;inizio degli anni 50 il <a href="http://www.italiapoker.it/texas-holdem.php">Texas Holdem</a> divenne sempre più popolare, e oggi è considerato come la tipologia più giocata del poker.</p>
<p>Nel 1968, Tom Morehead, proprietario del casinò Riverside a Reno (Nevada), organizzò un torneo ad inviti denominato World Series of Poker. </p>
<p>Due anni dopo (1970) questo nuova modalità di giocare il poker sotto forma di torneo fu portata a Las Vegas nel casinò Binion&#8217;s Horseshoe.</p>
<p>La prima edizione prevedeva cinque eventi: 5 card stud, Deuce to seven low-ball draw, Razz, 7 card stud, e Texas Hold&#8217;em.</p>
<p>La formula era molto particolare: i sette giocatori si sarebbero dovuti sfidare con i propri soldi nelle varie specialità del poker per poi concludere l&#8217;evento con una votazione comune in cui votare il giocatore migliore del torneo.</p>
<p>Le prime <a href="http://www.wsop.com">World Series of Poker</a> furono vinte da John Moss, autentica leggenda del poker. Un suo avversario disse di lui: “Se non hai mai perso una partita da Johnny Moss, non hai giocato veramente a poker”.</p>
<p>Il numero di partecipanti alle World Series of Poker è cresciuto da allora in maniera esponenziale, se nel 1970 Moss dovette affrontare solo altri 6 giocatori, nello scorso 2005 si affrontarono in vari tornei e sotto-tornei oltre 23 mila iscritti provenienti da tutto il mondo.</p>
<p>Una ragione dello straordinario incremento di partecipanti degli ultimi anni è il cosiddetto Moneymaker effect: nel 2003 il Main Event delle World Series of Poker è stato vinto da Chris Moneymaker, giocatore esordiente che si aggiudicò il premio di 2.500.000 dollari.</p>
<p>Chris Moneymaker si qualificò a quella World Series of Poker semplicemente vincendo un torneo satellite di poker on-line dal buy-in di soli 39 dollari</p>
<p>Questo portò a pensare che chiunque potesse, semplicemente giocando al poker online, qualificarsi e addirittura vincere le World Series of Poker diventando milionari.</p>
<p>Da allora il poker è storia e la sua variante del poker online è uno dei fenomeni più popolari dell&#8217;era di internet costituendo al tempo stesso un piacevole gioco in cui passare le ore e un business milionario per decine di case da gioco online.</p>

<p><a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/m6yA5ZAiL22-Xh3TxFoH3W8-XXo/0/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/m6yA5ZAiL22-Xh3TxFoH3W8-XXo/0/di" border="0" ismap="true"></img></a><br/>
<a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/m6yA5ZAiL22-Xh3TxFoH3W8-XXo/1/da"><img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/m6yA5ZAiL22-Xh3TxFoH3W8-XXo/1/di" border="0" ismap="true"></img></a></p><div class="feedflare">
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